# partenza n.4

Se non avesse avuto niente da fare avrebbe anche potuto stare ad aspettare in quella fila insopportabile. Alcune persone erano lì da due ore, lo aveva sentito dire da due uomini di una certa età che chiacchieravano tra di loro solo per fare passare il tempo anche se non avevano niente da dirsi.

Era mezza mattina e non aveva nessuna voglia di stare in quel posto in fila indiana senza neanche poter vedere l’ingresso. Un miraggio da raggiungere lentamente sotto il sole di inizio primavera. Ogni tanto qualche voce dall’interno richiamava la fila come una frustata. Tre fuori, tre dentro, massimo dieci persone.

Calcolò che avrebbe dovuto stare in piedi almeno due ore accostato al muro in mezzo a tutta quella luce e senza parlare con nessuno. Aveva altre cose da fare, non certo urgenti, eppure sentiva di non poter rimandare quei riti diventati ormai essenziali per sopportare senza contraccolpi una situazione inusuale.

# partenza n.3

Sulla statale mancavano i rumori delle auto e dei camion, rumori di motore, di frenate, di porte sbattute, di finestrini abbassati per fare entrare l’aria della sera.

Rumori di passi e di persone camminavano sulle strade per muoversi nei troppi intervalli, seduti in qualche scrivania di un tempo scolorito. C’erano uomini fermi in piedi a fare lavori di fatica costretti all’immobilità, rumori di parole scambiate per passare a un’angoscia minore rimasta in superficie.

Tentavano di entrare con determinazione dentro le orecchie dell’altro e di salire nei corpi col flusso ininterrotto del sangue.

# partenza n.2

Non poteva essere in due posti diversi nello stesso momento. Parlava collegato a un telefono e faceva attenzione a non bagnarlo per non compromettere la trasmissione. Non avrebbe avuto la possibilità di comprarne uno nuovo.

Era in un posto bellissimo circondato dal mare, dalle nuvole, dal vento dell’infinito, ma in quell’infinito mancava qualcosa.

E mentre guardava il mondo colorato di azzurro con quei toni visti così raramente, sentiva la complessità della scelta in tutta la sua enormità.

# partenza n.1

Il giardino cantava i suoi argomenti mentre i fili d’erba si addossavano al muro di confine dove correva una rete consumata di plastica verde. Lui teneva gli occhi fissi sul cemento che si stava sbriciolando, era convinto fosse necessario metterci mano, ma tutta l’attenzione era per la talpa.

Non c’erano dubbi, il prato era pieno di buche. Ogni tanto raccoglieva i sassi espulsi dalla sua attività e li metteva dentro un secchio che appoggiava alla parete posteriore della casa prima di tagliare l’erba. Si chiedeva se scavasse gallerie in tutte le stagioni, ma era un pessimo osservatore. Quando finalmente il muratore aggiustò il muro lui gli portava l’acqua, riempiva il secchio e gli chiedeva di cosa avesse bisogno.

Lo guardava lavorare sotto il sole d’estate mentre andava avanti e indietro con cemento e cazzuola a sistemare i pezzi malridotti. Tempo dopo, quasi alla fine dell’inverno, aveva dovuto affrontare un’altra emergenza facendo abbattere uno dei due alberi di fronte alla casa. Il giardiniere gli disse che anche il tronco dell’altro, quello più alto, era infiltrato e non sarebbe durato a lungo, cinque o sei anni al massimo. Poi avrebbe dovuto essere abbattuto.