# partenza n.21

Nonostante la propensione all’autocritica quella volta non aveva torto ma ragione piena. Lo scoprì soltanto molto più tardi quando voleva provare una specie di avventura per fare parte del normale istinto a mettersi in gioco, per conoscere i propri limiti e cercare di interrompere qualcosa di malsano.

E quindi scavare fino in fondo nelle proprie capacità di provare spirito di adattamento. A prima vista un semplice processo di crescita, un cambio di ambiente salutare per provare a vedere dentro ai contesti gli elementi nuovi e i contrasti.

Per ragionarci sopra non solo con la testa ma anche con tutte le curve dell’intestino.

# partenza n.20

L’inizio è una cosa strana. Quando parlava di inizi parlava delle difficoltà. Ma non sapeva bene di preciso a quali si riferisse. Aveva perso un sacco di tempo per capirci qualcosa, a estrarre tracce di senso.

Era ancora lì e aveva trovato solo un paio di piccoli indizi per stringere quello che va stretto e  abbandonare il superfluo. A un certo punto, ma alcune volte anche prima, riusciva a prendere il verso giusto e da lì in poi il panorama era finalmente più chiaro. Le difficoltà si diradavano pur con il rimpianto di avere perso alcuni dettagli che potevano essere di sicuro importanti.

Inutile correre dietro alla perfezione, anzi una sciagura. Il senso delle cose continuava a essere inciso nell’accettazione dell’imperfezione.

# partenza n.19

Il titolo di quella notte potrebbe essere “La notte e il comune” oppure il ricordo preciso di quello che accadde. Di quello che accadde sui gradini. Ma potrebbe anche essere un gran miscuglio di cose che si erano intrecciate a formare una matassa di cui non sarebbe mai riuscito a trovare il capo.

Nonostante gli sforzi e la fatica, nonostante il sudore. Senza tregua potrebbe essere il titolo alternativo. Un’aria fredda saliva dal porto fino ai gradini dov’era seduto proprio accanto alle colonne ai lati della facciata e alle porte chiuse che nessuno avrebbe mai visto aperte. C’era il tempo, allora ben fornito, il lusso di metterlo in un angolo senza tenerne conto.

Proprio in quel modo, seduto a guardare la città che scendeva dietro la curva di sinistra e saliva in quella dalla parte opposta, sentiva i gabbiani e il loro canto.

# partenza n.18

Un ambiente spazioso, da un lato il bancone dall’altro lunghissimi scaffali. File di ogni tipo in un’infinita sequenza di colori. Poteva passarci delle ore a estrarre le copertine una ad una, controllare i brani, la lista dei musicisti, le date, le durate dei pezzi.

A immaginare i suoni, a sentire la sollecitazione della creatività in una magia che non si fermava ma spaziava oltre ogni limite a diventare un sogno che comprendeva tutto. E il tutto era lì a portata di mano, dentro la testa, gli riempiva il cuore cancellando ogni delusione e ogni dolore.

Prima il tempo delle rinunce, poi il gusto dell’immersione dentro al negozio. Ma la cosa più importante era la compilazione della lista.

# partenza n.17

Non poteva essere nient’altro, quell’idea gli si era fissata in testa. Può succedere. A volte la consuetudine determina il modo di organizzare e il modo di vedere ma anche la cronologia e il ritmo.

I fatti si agitavano di conseguenza con una certa cadenza, sembrava in modo definitivo, chiuso e senza speranza. Ma le aperture erano necessarie, difficile pensare a quelle parole senza scampo. L’eccesso di abitudine era un veleno a lento rilascio che sarebbe potuto durare per sempre ma che prima o poi avrebbe richiesto il suo prezzo.

Non poteva essere nient’altro, quella volta era così chiaro, un cammino illuminato da seguire senza esitazioni. Il tassello mancante di una lunga teoria molto composita.

# partenza n.16

Teneva gli occhi chiusi senza dormire nella convinzione che in quel modo avrebbe attratto le parole. Parole che hanno bisogno di ricongiungersi in un luogo. Quel luogo era lui. E lui aveva bisogno proprio di quelle parole che a loro volta si combinavano per formarne altre ancora.

Ma non succedeva sempre. Alcune volte bastavano piccoli ritocchi, altre invece era necessario lavorarci intorno e inventarsi un filo che le tenesse insieme. L’inizio era molto faticoso.

Quando chiudeva gli occhi senza dormire le intrecciava per farle diventare un segnale. A volte riusciva, a volte aveva bisogno di lasciarle posare nella sua coscienza. Non serviva forzare, ma solo accoglierne passivamente il divenire.

# partenza n.15

Ricordava quella poesia perché ne recitava sempre i versi sopra un autobus blu con il soffietto nel mezzo. Avrebbe potuto intitolarla “la poesia dell’autobus che girava da un viale all’altro mentre fuori pioveva”, titolo un po’ lungo che aveva nella sua testa il pregio di mettere i versi esattamente dove si collocava il senso delle parole, ma senza la volontà di farlo.

Si posizionavano al posto esatto in autonomia.

Sembravano trovare la verità adatta per rimanere lì per sempre, sottoposta a verifica come in un sistema sperimentale fatto in casa. E funzionava. Il quadro personale si componeva nelle minime variazioni fino a rendere immortali le parole che rispecchiavano i versi mentre gli parlavano di un pomeriggio di pioggia e di una voce alla radio.

# partenza n.14

Era molto caldo in quel cortile senza alberi. Solo cemento in uno spazio ampio dove l’ombra sembrava sparita nei tre gradini lungo il bordo verso il cancello d’uscita.

Primo pomeriggio, il cortile rifletteva calore e desolazione, un calore reale che andava oltre l’apparenza. Anche il respiro sembrava corto e le poche frasi s’interrompevano per mancanza di ossigeno. Ogni respiro raccoglieva la poca aria rimasta con sussulti di fretta e con ansia crescente quasi dovesse finire all’improvviso. Rimaneva come unica azione il cercare un luogo protetto dalla noia eccessiva.

In cima ai gradini tendoni rossi tenuti sollevati da un cordone dorato. Altri, sempre di velluto rosso, immettevano in una sala buia dove si proiettava un film. Una specie di fotografia in primo piano che non finiva se non nella coda dei ricordi con un senso di solitudine e di nulla. Finiva tutto nel confine e nella immobilità.

# partenza n.13

L’unico modo era parlare in un altra lingua ma di questo non era sicuro. Una lingua lontana, di quelle che non s’imparano ma che vengono in mente quando si vede un film.

La potenza di una lingua per andare in fondo alle paure, l’unico modo per superare la barriera e parlare delle cose che restano incomprensibili. La chiave di tutto, la risposta alle domande, forse una strada percorribile anche se altri modi potevano arrivare alla verità.

La risposta viaggiava lungo tutta la spirale che l’avvolgeva. Ma era difficile muoversi dentro l’illusione di un mondo lineare.

# partenza n.12

Il bosco non era esattamente un bosco e il giardino non era esattamente un giardino. I sentieri sembravano sentieri ma le direzioni non erano più le stesse. E la fortuna non sembrava più esistere nei due quadrati disegnati ai bordi di un rettangolo.

Nel mezzo c’erano le tettoie e un parcheggio di biciclette. L’ingresso dei quadrati era sul lato lontano, un vicolo di sassi e di erba. Su un lato piccole baracche di legno appoggiate al muro di cinta. Oltre il muro il cortile dell’altro caseggiato, di forma allungata come un grande rettangolo. Piccoli rifugi servivano da officina e da deposito materiali.

Davanti alle porte gli orti ordinati e puliti, ma gli orti non erano esattamente degli orti così come i ricordi non erano esattamente il ricordare. Poi tutto si interrompeva ma questa interruzione ancora non si interrompe.