Poesie del mercoledì: ancora da Primaluce

da: Tornare a casa

……. sulle brune scogliere scoscese di Las Cayes, rigonfio
frangente, il vento salato dell’Atlantico; odo una lingua recedere,
non scritta da te, e le voci dei bambini che leggono
la tua opera in una lingua, ma solo se ne hai avute due.
Dovrei chiedere alle nuvole di fermarsi, per le ombre
una pausa, perché sento la lingua che muore mentre cresce
tutto quanto l’assedia, i gesti cortesi della grazia.
Le mie dita somigliano alle spine, i miei occhi sono bagnati
come foglie di campeccio dopo uno spruzzo di pioggia,
quando il sole e l’acqua lottano per lo stesso luogo
come le due lingue che conosco – una così ricca
nelle sue sottigliezze imperiali, nella sua eco del privilegio,
l’altra come le parole arancioni di un pendio disseccato –
ma il mio amore per loro è vasto quanto l’Atlantico.

In poche righe Il pianto dell'alba. Ultima ombra per il commissario Ricciardi Maurizio de Giovanni

De Giovanni ha lasciato intendere che potrebbe essere l’ultima indagine del commissario Ricciardi tra i delitti della Napoli negli anni ‘30. Ma il dubbio non ci abbandona e l’epilogo del libro lascia aperte altre strade.

Livia viene accusata dell’omicidio del suo amante tedesco ma Ricciardi non è convinto e indaga. Sono coinvolti anche i servizi segreti e la polizia politica del regime.

De Giovanni è un grande scrittore. L’analisi del personaggio Ricciardi, personalità molto complessa, è sempre delineata in modo mirabile sullo sfondo di una Napoli cupa e contraddittoria. La combinazione e l’interazione tra i personaggi e la città è il tratto distintivo dello scrittore. In mano a un grande regista sarebbe un film o una serie imperdibile. E infatti stanno girando una serie. Ho letto tutti i libri di Ricciardi. Il personaggio è davvero ben disegnato, l’ambientazione magnifica.

Amo davvero il modo di scrivere di de Giovanni e la capacità di sviluppare le sue storie sullo sfondo di una Napoli inquietante che fa il pari con le inquietudini di Ricciardi. Però mi sembra che in questo ultimo capitolo ci sia un po’ di stanchezza. Lo stesso scrittore ha detto che Ricciardi forse sparirà, lasciando però il dubbio nei lettori. Ogni tanto nella narrazione sono ricordate le caratteristiche principali dei personaggi anche di contorno e questo mi è sembrato un po’ come mettere qualche riga in più nel libro. La fine è davvero imprevista e non mi è piaciuta. Avrei preferito una fine più netta, quindi per me la saga prima o poi continuerà.  

Poesie del mercoledì

Paul Eluard

Sui miei quaderni di scolaro
Sui miei banchi e sugli alberi
Sulla sabbia e sulla neve
Io scrivo il tuo nome

Su tutte le pagine lette
Su tutte le pagine bianche
Pietra sangue carta cenere
Io scrivo il tuo nome

Sulle dorate immagini
Sulle armi dei guerrieri
Sulla corona dei re
Io scrivo il tuo nome

Sulla giungla e sul deserto
Sui nidi sulle ginestre
Sull’eco della mia infanzia
Io scrivo il tuo nome

Sui prodigi della notte
Sul pane bianco dei giorni
Sulle stagioni promesse
Io scrivo il tuo nome

Su tutti i miei squarci d’azzurro
Sullo stagno sole disfatto
Sul lago luna viva
Io scrivo il tuo nome

Sui campi sull’orizzonte
Sulle ali degli uccelli
Sul mulino delle ombre
Io scrivo il tuo nome

Su ogni soffio d’aurora
Sul mare sulle barche
Sulla montagna demente
Io scrivo il tuo nome

Sulla schiuma delle nuvole
Sui sudori dell’uragano
Sulla pioggia fitta e smorta
Io scrivo il tuo nome

Sulle forme scintillanti
Sulle campane dei colori
Sulla verità fisica
Io scrivo il tuo nome

Sui sentieri ridestati
Sulle strade aperte
Sulle piazze dilaganti
Io scrivo il tuo nome

Sul lume che s’accende
Sul lume che si spegne
Sulle mie case raccolte
Io scrivo il tuo nome

Sul frutto spaccato in due
Dello specchio e della mia stanza
Sul mio letto conchiglia vuota
Io scrivo il tuo nome

Sul mio cane goloso e tenero
Sulle sue orecchie ritte
Sulla sua zampa maldestra
Io scrivo il tuo nome

Sul trampolino della mia porta
Sugli oggetti di famiglia
Sull’onda del fuoco benedetto
Io scrivo il tuo nome

Su ogni carne consentita
Sulla fronte dei miei amici
Su ogni mano che si tende
Io scrivo il tuo nome

Sui vetri degli stupori
Sulle labbra intente
Al di sopra del silenzio
Io scrivo il tuo nome

Su ogni mio infranto rifugio
Su ogni mio crollato faro
Sui muri della mia noia
Io scrivo il tuo nome

Sull’assenza che non desidera
Sulla nuda solitudine
Sui sentieri della morte
Io scrivo il tuo nome

Sul rinnovato vigore
Sullo scomparso pericolo
Sulla speranza senza ricordo
Io scrivo il tuo nome

E per la forza di una parola
Io ricomincio la mia vita
Sono nato per conoscerti
Per nominarti
Libertà.

Il Tempo e l’Istante

Jordi Savall: Musiche galiziane, portoghesi, afgane, ebraiche, bretoni, catalane, sefardite, greche, arabe, messicane. L’incontro delle musiche dell’occidente con quelle dell’oriente inserito dentro un progetto di incontro tra culture molto più ampio che caratterizza l’opera e la ricerca di Savall.

Un itinerario che consiste in 19 pezzi lungo lo spazio e il tempo dal decimo secolo a oggi. Grande musica, grande ricerca delle origini.

  1. Cantiga de amigo V: Quantas sabedes amare amigo – (Canti profani di Martín Codax, in lingua galiziano-portoghesesecolo XIII)
  2. Nastaran – (anonimo afgano – strumentale)
  3. Noumi, noumi yaldatii – (ninna nanna ebraica)
  4. Variation sur O sonjal – (ballata bretone)
  5. Cançó del lladre – (tradizionale catalana)
  6. Romanesca & Pasamezzo – Arianna Savall
  7. La Salve – (antifona erroneamente attribuita a Bernardo di Chiaravalle[2] con il testo in spagnolo)
  8. Paxarico tu te Ilamas – (anonimo sefardita)
  9. Apo xeno meros – (tradizionale greco)
  10. Ghazali tal jàhri – (di anonimo, tradizionale marocchino in arabo)
  11. Durme, hermosa donzella – (ninna nanna sefardita)
  12. Tarantela – (Lucas Ruiz de Ribayaz da Luz y norte musical)
  13. Jaroslaw (Improvisation) – Ferran Savall
  14. Canarios (Improvisation) – Ferran Savall
  15. Fantasiant (Improvisation) – Ferran Savall
  16. Muzettes 1-2 – (Marin Marais da Pièces de viole, Libro 4 #28-29 – 1717)
  17. El cant dels Aucells – (canto natalizio tradizionale catalano)
  18. Diferencias sobre la Guaracha Mexique – (Messico – sec. XVII arr. di Jordi Savall)
  19. Sentirete una canzonetta – (Tarquinio Merula da Curtio precipitato et altri capricii, Op. 13, 1638)

Poesie del mercoledì

Quando le luci si spengono – poco per volta ci si abitua al buio come quando il vicino, sollevando alto il lume, sigilla il suo addio –

Dapprima – i passi si muovono incerti nel buio improvviso – poi – lo sguardo si abitua alla notte – e senza incertezza affrontiamo la strada –

Ed è così nelle oscurità più fonde – in quelle notti lunghe della mente quando non c’è luna che disveli un suo segno – quando non c’è stella che – dentro – si accenda –

E i più coraggiosi – per un poco brancolano – e battono – a volte – dritti in fronte – contro il tronco di un albero – ma poi imparano a vedere –

E allora è la Notte che si trasforma – oppure un qualcosa nella vista che alla Mezzanotte si conforma – E la vita procede quasi senza incertezza.

Emily Dickinson (1862)

Uomini straordinari – Per una galleria di Maestri Ribelli (3)

Aarvo Ranzaainen 

“Dopo le luci, la leggera declinazione degli orizzonti aperti” – Aarvo Ranzaainen 

Quale miglior artista per aprire la sessione invernale del nostro festival del cinema di Aarvo Ranzaainen, l’immagine stessa, diremmo l’incarnazione, dello spirito del lungo inverno nordico.
Non solo emerge nel pieno delle sue pellicole il colore sfumato dei paesaggi in campo lungo, entrati da tempo nell’immaginario collettivo anche di quei popoli che appartengono al sud del mondo. Ma anche le lunghe e lente sovrapposizioni di veri e propri quadri impressionisti, giocate con sapienza registica pari solo alla vastissima e mirabile capacità di andare oltre la superficie piana.

Questo non è chiaramente cinema d’occasione, bensì un progetto giocato sul tempo e sugli anni dove ogni tessera è parte integrante, e intrigante, di una visione che l’artista ha cominciato a mostrarci con delicatezza dagli esordi, con il grande e insuperato capolavoro “La vera storia del lago salato”. 

Cinema dunque di prospettiva, certo non facile ed in alcuni frangenti perfino respingente. I suoi cambi di colore quasi come un caleidoscopio impazzito tra primi piani esasperati, fughe verso campi lunghi giocati in un ritmo tutto interiore alla natura: ecco il segreto, l’esasperazione dei rapporti e l’inclemente precipitare del clima. 

E’ proprio dal clima che dobbiamo partire per entrare nel grande labirinto costruito dal maestro. Il clima come cancello d’ingresso verso la simbologia impressionista delle sue opere fino ad ora conosciute (è opinione comune infatti che esistano moltissimi lungometraggi del tutto inediti). 

Il clima si trasforma nel tempo da un’accezione puramente meteorologica, evidente nelle prime opere brevi, in un metafisico apparire di personaggi scomposti nelle parti essenziali, dentro sapienti giochi di controluce e dialoghi mai banali o fintamente concettuali. Personaggi che diventano centrali, si badi bene, senza essere mai ripresi per intero, ma solo accennati e punteggiati, con un tocco di leggerezza che è diventata la vera carta d’identità dell’arte di Aarvo Ranzaainen.

Poesie del mercoledì

La fine e l’inizio di Wisława Szymborska

Dopo ogni guerra
c'è chi deve ripulire.
In fondo un po' d'ordine
da solo non si fa.

C'è chi deve spingere le macerie
ai bordi delle strade
per far passare
i carri pieni di cadaveri.

C'è chi deve sprofondare
nella melma e nella cenere,
tra le molle dei divani letto,
le schegge di vetro
e gli stracci insanguinati.

C'è chi deve trascinare una trave
per puntellare il muro,
c'è chi deve mettere i vetri alla finestra
e montare la porta sui cardini.

Non e' fotogenico
e ci vogliono anni.
Tutte le telecamere sono gia' partite
per un'altra guerra.

Bisogna ricostruire i ponti
e anche le stazioni.
Le maniche saranno a brandelli
a forza di rimboccarle.

C'è chi con la scopa in mano
ricorda ancora com'era.
C'è chi ascolta
annuendo con la testa non mozzata.
Ma presto
gli gireranno intorno altri
che ne saranno annoiati.

C'è chi talvolta
dissotterrerà da sotto un cespuglio
argomenti corrosi dalla ruggine
e li trasporterà sul mucchio dei rifiuti.

Chi sapeva
di che si trattava,
deve far posto a quelli
che ne sanno poco.
E meno di poco.
E infine assolutamente nulla.

Sull'erba che ha ricoperto
le cause e gli effetti,
c'è chi deve starsene disteso
con la spiga tra i denti,
perso a fissare le nuvole.

Il cinema di primaluce, Nel corso del tempo

Girato in 11 settimane tra il 1 luglio e il 31 ottobre del 1975 tra Lüneburg e Hof lungo la frontiera con la Repubblica Democratica Tedesca. Bianco e nero.

Inizio. Dialogo tra il protagonista e un vecchio proprietario di sale cinematografiche sulla storia del cinema e sulla sostenibilità nei piccoli paesi . Titoli e presentazione. Il protagonista viaggia nelle città a fare manutenzione di proiettori di film. E’ fermo con il camion sulla riva del fiume. Arriva un’auto a folle velocità e senza accennare a frenate finisce nel fiume. Il guidatore (Kamikaze) riemerge e torna a riva. Viaggiano insieme nei paesi e nelle città. “Cosa vuoi sapere?”.”Chi sei?”.”Io sono la mia storia”. Morte di una donna in un incidente stradale, il racconto del sopravvissuto incontrato sulla strada.

“C’era un inchiostro col quale si poteva cancellare la vecchia scrittura e al tempo stesso scrivere qualcosa di nuovo”.

“In poche parole sognare era scrivere finché in sogno mi è venuta l’idea di cambiare inchiostro. Con l’inchiostro nuovo potevo vedere pensare e scrivere qualcosa di nuovo. Tutto si è risolto”.

La visita al padre di Kamikaze. “Voglio parlare di mia madre”.”Lo so, ma sono tre ore che non dici nulla”.”E tu ascoltami lo stesso”.

Il cinema. Il nazismo e la guerra. Il padre disperso.

La corsa in sidecar verso il Reno, l’attraversamento e la visita alla casa della gioventù. La scoperta di alcuni ricordi in una scatola di latta sotto a un gradino.

“Sono contento che siamo andati sul Reno. Per la prima volta mi sento come uno che ha un certo tempo dietro di sé. E questo tempo è la mia storia. E’ una sensazione tranquillizzante”.

“Gli americani ci hanno colonizzato il subconscio”. Robert (Kamikaze) lascia scritto: “Bisogna cambiare tutto. Ci vediamo. R”. “Farò del mio meglio”.

Nell’ultima scena il protagonista incontra la proprietaria di un cinema che dice: “Mio padre voleva che questo cinema continuasse a esistere. Anch’io. Ma è meglio che non esista più alcun cinema se il cinema è come quello attuale”.

Il film finisce con lui che strappa il suo piano di lavoro mentre la macchina da presa mostra l’insegna del cinema dove sono rimaste accese solo le tre lettere che formano la parola End.

Poesie del mercoledì

Una durà pioggia cadrà – Bob Dylan

E dove sei stato, figlio mio dagli occhi azzurri?
Dove sei stato, mio caro ragazzo?
Ho inciampato sul fianco di dodici montagne brumose,
Ho camminato strisciato su sei strade tortuose
Sono andato dentro a sette cupe foreste,
Sono stato davanti a una dozzina di oceani morti,
Mi sono addentrato per diecimila miglia in una tomba,
E una dura, una dura, una dura, una dura,
Una dura pioggia cadrà.

E che cosa hai visto, figlio mio dagli occhi azzurri?
Che cosa hai visto, mio caro ragazzo?
Ho visto un neonato circondato dai lupi,
Ho visto un’autostrada di diamanti, ma non c’era nessuno,
Ho visto un ramo nero che stillava sangue,
Ho visto una stanza piena d’uomini coi loro martelli sanguinanti,
Ho visto una scala bianca tutta coperta d’acqua,
Ho visto diecimila bocche che parlavano con le lingue spezzate,
Ho visto pistole e lame aguzze in mano a dei bambini,
E una dura, una dura, una dura, una dura,
Una dura pioggia cadrà.

E che cosa hai udito, figlio mio dagli occhi azzurri?
Che cosa hai udito, mio caro ragazzo?
Ho udito il rombo d’un tuono che ruggiva un allarme,
Il boato d’un’ondata che avrebbe sommerso il mondo intero,
Ho udito cento tamburini con le mani in fiamme,
Ho udito cento che sussurravano e nessuno che ascoltava,
Ho udito una persona morire di fame, e molti che ridevano,
Ho udito il canto di un poeta che moriva nelle fogne,
Ho udito il rumore di un clown che piangeva nel vicolo,
E una dura, una dura, una dura, una dura,
Una dura pioggia cadrà.

E chi hai incontrato, figlio mio dagli occhi azzurri?
Chi hai incontrato, mio caro ragazzo?
Ho incontrato un bambino accanto a un cavallino morto,
Un uomo bianco che portava a spasso un cane nero,
Ho incontrato una ragazza col corpo che bruciava,
Ho incontrato una bambina che mi ha dato un arcobaleno,
Ho incontrato un uomo ferito in amore,
Ho incontrato un altro uomo ferito d’odio,
E una dura, una dura, una dura, una dura
Una dura pioggia cadrà.

E che farai adesso, figlio mio dagli occhi azzurri,
Che farai adesso, mio caro ragazzo?
Me ne tornerò indietro prima che cominci a piovere,
Andrò nel profondo della più buia foresta,
Dove c’è tanta gente con le mani vuote,
Dove le pillole di veleno straripan le loro acque,
Dove la casa nella valle è come una sporca e umida prigione,
Dove il volto del boia è sempre ben nascosto,
Dove la fame è brutta, dove le anime sono dimenticate,
Dove nero è il colore, dove zero è il numero,
E lo dirò, e lo penserò, e lo affermerò, lo respirerò,
E lo rifletterò da una montagna, così che tutti lo vedano,
Poi starò sull’oceano finché non comincerò a affondare,
Ma conosco bene la mia canzone prima di cominciare a cantare,
E una dura, una dura, una dura, una dura,
Una dura pioggia cadrà.

A hard rain gonna fall

Oh, where have you been, my blue-eyed son?
Oh, where have you been, my darling young one?
I’ve stumbled on the side of twelve misty mountains,
I’ve walked and I’ve crawled on six crooked highways,
I’ve stepped in the middle of seven sad forests,
I’ve been out in front of a dozen dead oceans,
I’ve been ten thousand miles in the mouth of a graveyard,
And it’s a hard, and it’s a hard, it’s a hard, and it’s a hard,
And it’s a hard rain’s a-gonna fall.

Oh, what did you see, my blue-eyed son?
Oh, what did you see, my darling young one?
I saw a newborn baby with wild wolves all around it
I saw a highway of diamonds with nobody on it,
I saw a black branch with blood that kept drippin’, 
I saw a room full of men with their hammers a-bleedin’,
I saw a white ladder all covered with water,
I saw ten thousand talkers whose tongues were all broken,
I saw guns and sharp swords in the hands of young children, 
And it’s a hard, and it’s a hard, it’s a hard, it’s a hard,
And it’s a hard rain’s a-gonna fall.

And what did you hear, my blue-eyed son?
And what did you hear, my darling young one?
I heard the sound of a thunder, it roared out a warnin’,
Heard the roar of a wave that could drown the whole world,
Heard one hundred drummers whose hands were a-blazin’, 
Heard ten thousand whisperin’ and nobody listenin’,
Heard one person starve, I heard many people laughin’, 
Heard the song of a poet who died in the gutter,
Heard the sound of a clown who cried in the alley, 
And it’s a hard, and it’s a hard, it’s a hard, it’s a hard,
And it’s a hard rain’s a-gonna fall. 

Oh, who did you meet, my blue-eyed son?
Who did you meet, my darling young one? 
I met a young child beside a dead pony,
I met a white man who walked a black dog, 
I met a young woman whose body was burning,
I met a young girl, she gave me a rainbow,
I met one man who was wounded in love, 
I met another man who was wounded with hatred,
And it’s a hard, it’s a hard, it’s a hard, it’s a hard,
It’s a hard rain’s a-gonna fall.

Oh, what’ll you do now, my blue-eyed son?
Oh, what’ll you do now, my darling young one?
I’m a-goin’ back out ‘fore the rain starts a-fallin’, 
I’ll walk to the depths of the deepest black forest,
Where the people are many and their hands are all empty, 
Where the pellets of poison are flooding their waters,
Where the home in the valley meets the damp dirty prison, 
Where the executioner’s face is always well hidden,
Where hunger is ugly, where souls are forgotten,
Where black is the color, where none is the number, 
And I’ll tell it and think it and speak it and breathe it,
And reflect it from the mountain so all souls can see it,
Then I’ll stand on the ocean until I start sinkin’, 
But I’ll know my song well before I start singin’,
And it’s a hard, it’s a hard, it’s a hard, it’s a hard,
It’s a hard rain’s a-gonna fall.

fonte: https://www.antiwarsongs.org

Il sentiero degli Zucchi (un esperimento in Grigna)

C’è sempre qualcosa che sfugge, anche se non lo stai cercando. E’ lì, nei dintorni, nei dettagli, nelle albe, nella fatica, nel flusso che passa in salita.

Ci deve essere da qualche parte. Non è scontato che un segnale sia uguale a un altro. Da qui parte un sentiero, più in su ne parte un altro. Presto si ricongiungeranno, un po’ più in su. Ma sei sicuro?

E se non si ricongiungessero mai cosa potremmo fare? Forse inventarci un altro domani. O forse provare a girare per la montagna cercando i frammenti del passato.

Da qui in poi il ritmo ritorna, i passi riconoscono le differenze, il respiro trova la sua strada che sembrava perduta.

Chissà dove sono i segnali, chissà se rivedrò questa terra che ora sto calpestando.