# partenza n.38

A una certa età dovrebbe essere proibito sognare. Meglio trovare un meccanismo in grado di controllare gli impulsi.

Tagliarli subito di netto senza discussioni, senza dolore, senza accorgersi di niente nel momento dell’attrito e delle scintille. Un razzo entrava nell’orbita del pianeta con le pareti sottoposte alla pressione in aumento e i materiali a temperature sempre maggiori.

Cosa ne facciamo dei segnali verso il futuro, delle immagini, del respirare, del vedere luoghi dove nessuno andrà mai? Dovrebbero impedire ai vecchi di sognare. Fate in fretta, in modo che non vedano il futuro.

# partenza n.37

Appoggiato alla spalliera del letto guardava dallo spicchio della finestra che la posizione gli permetteva. Avrebbe potuto anche muoversi ma non lo fece perché gli sarebbe sembrato di barare.

Aggrappato a questa posizione provava a giocare a quel gioco. Immaginava connessioni anche dove sembravano non esserci, piani diversi e colori cambiavano di posizione. Non era indispensabile trovare l’angolazione migliore del silenzio, stare immobili in apparenza, andare in direzioni meno affollate, continuare a essere filtro per cercare l’equilibrio.

“Cosa è la vita se non la ricerca dell’equilibrio” gli aveva detto un amico. Custodiva quella frase sperimentandola. Ancora avanti, questo gli sembrava il senso.

# partenza n.36

I pini erano lì da mille anni. Lui era il primo che avrebbe dovuto capire. Svegliarsi all’alba, scendere dal letto con cautela, fare piano per non svegliare gli altri, camminare con i talloni alzati, prendere in mano le scarpe e calzarle solo fuori dalla porta di casa, respirare con un certo affanno e sbadigliare con un brivido di freddo.

Erano i primi passi prima di entrare nel flusso interiore dello scambio tra corpo e natura.

Ma per fare cosa? Per vedere le scintille ritornare verso l’anima e l’anima al cervello e il cervello alla natura e poi ancora in un circolo eterno verso il respiro. Per continuare il flusso che ci mantiene in vita. Attorno anche gli aghi di pino sembravano respirare.

# partenza n.35

Non se lo ricordava più. Succede quando si è presi da qualcosa di coinvolgente oppure dalla routine. Mentre andava alla fermata avrebbe dovuto accorgersi di alcuni segnali inequivocabili. In strada non c’era nessuno, ma lui ci aveva pensato in ritardo.

Avrebbe dovuto accorgersi del deserto in città in quel pomeriggio caldo e controllare l’ingresso della metropolitana prima di lasciare partire la macchina. Invece prese di scatto la borsa dal sedile posteriore e si diresse verso l’entrata con un gesto automatico. Solo allora si rese conto del vuoto, quando si trovò di fronte alla grata chiusa del mezzanino.

Il suo unico segno non fu di disappunto ma un sorriso. Poteva solo immaginare il fumo del tubo di scappamento che se ne andava lungo il viale più lungo della città, quello che lui avrebbe dovuto percorrere a piedi per tornare a casa. Perché infiniti erano gli orizzonti, mentre la città sembrava la grande pianura patagonica.

# partenza n.34

Camminavamo in mezzo ai prati, prima giù dalla discesa per arrivare a fondo valle e poi quasi in diagonale cercando il sentiero migliore per raggiungere il lato nord del prato dove comincia il bosco. Non eravamo partiti per un’escursione ma solo per sgranchirci le gambe dopo il temporale nel pomeriggio perfetto della montagna.

Io ero abituato ad andare in giro per le valli e i passi, tu invece eri ancora piccola. Volevo farti sentire la gioia del perderti nei colori, sentire i rumori dell’acqua, degli animali, del vento. Era solo una passeggiata ma qualche volta anche le cose che sembrano banali possono trasformarsi in avventure indimenticabili.

Scherzando ti dicevo che non mi ricordavo più la strada del ritorno e chissà dove saremmo finiti. Poi ti sorridevo e tornava la pace nel tuo cuore in tumulto.

# partenza n.33

Sentiva il bisogno di uscire dal peso dell’immobilità che si faceva opprimente. Come potesse migliorare lo stato delle cose e il suo sentire era ancora un mistero insufficiente a spazzare via la pesantezza dalle spalle.

Un fantasma applicato alla camicia come un peso delle azioni sull’immaginario, una pesantezza dell’universo nell’appuntamento di una sera di luglio dentro un caldo umido e opprimente. In agosto invece l’aria metteva buonumore. Come sempre era bastato poco a cambiare la scena mentre l’esperienza delle altre occasioni sembrava perduta.

Metteva di corsa le scarpe e scendeva le scale quasi fosse necessario tornare a respirare imboccando la porta. E perdersi ancora nella confusione.

# partenza n.32

Era la notte del volo ma indovinarlo sembrava impossibile. Non si passa il tempo a immaginare qualcosa che si presenta davanti all’improvviso per poi decidere cosa fare e realizzare l’impossibilità di intercettare ciò che vola.

Troppo lontano, troppo veloce, pensava, imprendibile. Il rischio troppo alto. Ma perché lasciarlo correre a velocità folle e non fare niente per fermarlo? In queste frazioni si decide non certo il destino ma solo la traiettoria di una notte, o così almeno credeva.

Sembrava scomporre i giorni in qualcosa di minuscolo che solo lui immaginava. Così numeroso da stare impegnato per ore a farne una lista. Alla fine dentro un’altra notte ancora più profonda.

# partenza n.31

C’era una stazione di quelle relativamente esistenti. Nella sala d’aspetto quattro telefoni a gettoni, uno per ogni lato. Un treno preso più volte con felicità totale. Solo nelle intenzioni di chi la pensava nel luogo dove avrebbe dovuto essere parcheggiata, un’automobile, in una strada leggermente in salita.

Non si trovavano le chiavi, qualcuno le cercava chiedendo gettoni per telefonare. Con un gesso e con una penna scriveva i numeri dettati nella cornetta sopra un muro. Non si poteva sapere che numeri fossero, solo che li componeva uno dopo l’altro ma nessuno rispondeva, neanche una voce di quelle automatiche.

Intanto una ragazza aspettava. Se avesse trovato l’automobile sarebbe partita senza voltarsi indietro. Ma prima avrebbe fatto un largo giro.

# partenza n.30

Ma tutte queste cose cosa c’entrano l’una con l’altra? E’ utile andare fino in fondo? E per cosa? Forse all’inizio, senza conoscere la strada e la direzione, la domanda comprimeva gli organi vitali.

Una di quelle importanti riguardava il tempo della veglia che i sogni non smettevano mai di riprodurre. E come in un sistema perfettamente circolare tutto prima o poi ritornava senza deviazioni. Solo una forma perfetta si muoveva dentro e fuori, materiale e immateriale, prendeva ogni centimetro di pelle e ossigeno e ogni piccola stilla di sudore.

E poi evaporava per ripresentarsi in forma perfetta e tuttavia ironicamente identica.

# partenza n.29

E’ inutile dirti perché le cose vanno sempre a finire in modo burrascoso, per certi versi inaspettato, false come l’abitudine a spergiurare amori eterni e fedeltà decisive. Ancora oggi il battito delle tende polverose si muove in verticale, il gusto della tensione si mischia nelle frequenze dentro un contenitore e nasconde musica e ritmo, musica e sedentarietà.

Si era felicemente liberato di questa parola quando lei aveva allungato il suo piede per mettere alla prova tutta la sua saldezza.

Qualcun altro al suo posto si sarebbe alzato e avrebbe rivendicato qualcosa di tangibile oppure avrebbe sussurrato parole per ricordare un contatto vecchio e ormai sepolto.