# partenza n.40

L’urgenza non aveva un inizio, da qualche parte esisteva una traccia non ancora immaginata. Provava a comporre una lista delle cose che vedeva dalla sua posizione e tuttavia faceva fatica a starci dietro. Si perdeva nei ricordi e non sapeva più dove fosse.

Tentava di recuperare la posizione ma generava solo confusione.

Dentro la grande soddisfazione scambiava un atto virtuoso con uno di forza, un respiro lungo e definitivo lo lasciava sconcertato. Così continuava il consumo per smettere di voltare la testa. Le terminazioni erano ferite, seguire l’inclinazione del male a volte poteva rivelarsi un vizio. Da qui la fretta di andare avanti per finire le cose cominciate.

# partenza n.39

Non è ancora abbastanza, ci sono poche persone ma sono ancora troppe. Non è la prima volta che si parte da un punto magico oltre il quale tutti scompaiono. Ci sono voluti anni di apprendistato e una forma compiuta, con lo stupore di non averla trovata prima.

Succede sempre così e sempre succederà, pensava. Prima di tutto la certezza del punto esatto che non è mai scontato. Poi l’applicazione, ma del tipo speciale, un lavoro balordo che spesso non riesce. Ci si avvicina per approssimazioni, salendo e raccogliendo segnali, ascoltando le vibrazioni.

Ma non basta. Sembra non essere mai abbastanza. Il respiro trattenuto fino alla scomparsa per non perdere neppure un particolare. Allora con un sorriso il verde prende il sopravvento.

# partenza n.38

A una certa età dovrebbe essere proibito sognare. Meglio trovare un meccanismo in grado di controllare gli impulsi.

Tagliarli subito di netto senza discussioni, senza dolore, senza accorgersi di niente nel momento dell’attrito e delle scintille. Un razzo entrava nell’orbita del pianeta con le pareti sottoposte alla pressione in aumento e i materiali a temperature sempre maggiori.

Cosa ne facciamo dei segnali verso il futuro, delle immagini, del respirare, del vedere luoghi dove nessuno andrà mai? Dovrebbero impedire ai vecchi di sognare. Fate in fretta, in modo che non vedano il futuro.

# partenza n.37

Appoggiato alla spalliera del letto guardava dallo spicchio della finestra che la posizione gli permetteva. Avrebbe potuto anche muoversi ma non lo fece perché gli sarebbe sembrato di barare.

Aggrappato a questa posizione provava a giocare a quel gioco. Immaginava connessioni anche dove sembravano non esserci, piani diversi e colori cambiavano di posizione. Non era indispensabile trovare l’angolazione migliore del silenzio, stare immobili in apparenza, andare in direzioni meno affollate, continuare a essere filtro per cercare l’equilibrio.

“Cosa è la vita se non la ricerca dell’equilibrio” gli aveva detto un amico. Custodiva quella frase sperimentandola. Ancora avanti, questo gli sembrava il senso.

# partenza n.36

I pini erano lì da mille anni. Lui era il primo che avrebbe dovuto capire. Svegliarsi all’alba, scendere dal letto con cautela, fare piano per non svegliare gli altri, camminare con i talloni alzati, prendere in mano le scarpe e calzarle solo fuori dalla porta di casa, respirare con un certo affanno e sbadigliare con un brivido di freddo.

Erano i primi passi prima di entrare nel flusso interiore dello scambio tra corpo e natura.

Ma per fare cosa? Per vedere le scintille ritornare verso l’anima e l’anima al cervello e il cervello alla natura e poi ancora in un circolo eterno verso il respiro. Per continuare il flusso che ci mantiene in vita. Attorno anche gli aghi di pino sembravano respirare.

# partenza n.35

Non se lo ricordava più. Succede quando si è presi da qualcosa di coinvolgente oppure dalla routine. Mentre andava alla fermata avrebbe dovuto accorgersi di alcuni segnali inequivocabili. In strada non c’era nessuno, ma lui ci aveva pensato in ritardo.

Avrebbe dovuto accorgersi del deserto in città in quel pomeriggio caldo e controllare l’ingresso della metropolitana prima di lasciare partire la macchina. Invece prese di scatto la borsa dal sedile posteriore e si diresse verso l’entrata con un gesto automatico. Solo allora si rese conto del vuoto, quando si trovò di fronte alla grata chiusa del mezzanino.

Il suo unico segno non fu di disappunto ma un sorriso. Poteva solo immaginare il fumo del tubo di scappamento che se ne andava lungo il viale più lungo della città, quello che lui avrebbe dovuto percorrere a piedi per tornare a casa. Perché infiniti erano gli orizzonti, mentre la città sembrava la grande pianura patagonica.

# partenza n.34

Camminavamo in mezzo ai prati, prima giù dalla discesa per arrivare a fondo valle e poi quasi in diagonale cercando il sentiero migliore per raggiungere il lato nord del prato dove comincia il bosco. Non eravamo partiti per un’escursione ma solo per sgranchirci le gambe dopo il temporale nel pomeriggio perfetto della montagna.

Io ero abituato ad andare in giro per le valli e i passi, tu invece eri ancora piccola. Volevo farti sentire la gioia del perderti nei colori, sentire i rumori dell’acqua, degli animali, del vento. Era solo una passeggiata ma qualche volta anche le cose che sembrano banali possono trasformarsi in avventure indimenticabili.

Scherzando ti dicevo che non mi ricordavo più la strada del ritorno e chissà dove saremmo finiti. Poi ti sorridevo e tornava la pace nel tuo cuore in tumulto.

# partenza n.33

Sentiva il bisogno di uscire dal peso dell’immobilità che si faceva opprimente. Come potesse migliorare lo stato delle cose e il suo sentire era ancora un mistero insufficiente a spazzare via la pesantezza dalle spalle.

Un fantasma applicato alla camicia come un peso delle azioni sull’immaginario, una pesantezza dell’universo nell’appuntamento di una sera di luglio dentro un caldo umido e opprimente. In agosto invece l’aria metteva buonumore. Come sempre era bastato poco a cambiare la scena mentre l’esperienza delle altre occasioni sembrava perduta.

Metteva di corsa le scarpe e scendeva le scale quasi fosse necessario tornare a respirare imboccando la porta. E perdersi ancora nella confusione.

# partenza n.32

Era la notte del volo ma indovinarlo sembrava impossibile. Non si passa il tempo a immaginare qualcosa che si presenta davanti all’improvviso per poi decidere cosa fare e realizzare l’impossibilità di intercettare ciò che vola.

Troppo lontano, troppo veloce, pensava, imprendibile. Il rischio troppo alto. Ma perché lasciarlo correre a velocità folle e non fare niente per fermarlo? In queste frazioni si decide non certo il destino ma solo la traiettoria di una notte, o così almeno credeva.

Sembrava scomporre i giorni in qualcosa di minuscolo che solo lui immaginava. Così numeroso da stare impegnato per ore a farne una lista. Alla fine dentro un’altra notte ancora più profonda.

# partenza n.31

C’era una stazione di quelle relativamente esistenti. Nella sala d’aspetto quattro telefoni a gettoni, uno per ogni lato. Un treno preso più volte con felicità totale. Solo nelle intenzioni di chi la pensava nel luogo dove avrebbe dovuto essere parcheggiata, un’automobile, in una strada leggermente in salita.

Non si trovavano le chiavi, qualcuno le cercava chiedendo gettoni per telefonare. Con un gesso e con una penna scriveva i numeri dettati nella cornetta sopra un muro. Non si poteva sapere che numeri fossero, solo che li componeva uno dopo l’altro ma nessuno rispondeva, neanche una voce di quelle automatiche.

Intanto una ragazza aspettava. Se avesse trovato l’automobile sarebbe partita senza voltarsi indietro. Ma prima avrebbe fatto un largo giro.