Una canzone del mercoledì

I VERDI CAMPI DI FRANCIA Versione italiana di Riccardo Venturi

Come stai, soldato semplice William MacBride?
Ti dà fastidio se mi siedo un po’ qui tra le vostre tombe
E mi riposo un po’ nel caldo sole d’estate?
Ho camminato tutto il giorno e sono stanco morto.
Vedo dalla tua lapide che avevi solo diciannove anni
Quando hai raggiunto gli eroi caduti nel 1916.
Beh, spero che tu sia morto rapidamente e perbene
Oppure, Willie MacBride, è stata una morte lenta e tremenda?

Battevano i tamburi lentamente?
Suonavano piano le cornamuse?
I fucili sparavano mentre ti calavano nella fossa?
I corni cantavano “The Last Post” in coro?
Le cornamuse suonavano “The Flowers o’ the Forest”?

Hai lasciato una moglie o una fidanzata a aspettarti,
e in qualche cuore fedele sei custodito per sempre?
E anche se la tua morte risale al 1916
Per qualche cuore fedele hai per sempre diciannove anni?
Oppure sei solo uno straniero senza neanche un nome
per sempre racchiuso dietro a qualche lastra di vetro
in una vecchia foto strappata, spiegazzata e macchiata
che sta ingiallendo in una cornice di pelle marrone?

Battevano i tamburi lentamente?
Suonavano piano le cornamuse?
I fucili sparavano mentre ti calavano nella fossa?
I corni cantavano “The Last Post” in coro?
Le cornamuse suonavano “The Flowers o’ the Forest”?

Il sole splende adesso su questi verdi campi di Francia,
Un vento caldo soffia piano e danzano i papaveri rossi.
I solchi delle trincee sono scomparsi sotto l’aratro,
Adesso niente più gas, né filo spinato, né fucili.
Ma qui in questo cimitero è sempre Terra di Nessuno,
Le infinite croci bianche stanno a muta testimonianza
Della cieca indifferenza umana verso il prossimo,
Per un’intera generazione massacrata e abbattuta.

Battevano i tamburi lentamente?
Suonavano piano le cornamuse?
I fucili sparavano mentre ti calavano nella fossa?
I corni cantavano “The Last Post” in coro?
Le cornamuse suonavano “The Flowers o’ the Forest”?

E non posso fare a meno di chiedermi ora, Willie MacBride,
Tutti quelli che giacciono qui sanno perché sono morti?
Ci hai creduto davvero quando ti han detto perché?
Hai creduto davvero che quella sarebbe stata l’ultima guerra?
E la sofferenza, la pena, la gloria e la vergogna,
Uccidere e morire – tutto è stato invano.
Perché, Willie MacBride, tutto quanto è successo di nuovo,
Di nuovo, di nuovo, di nuovo, di nuovo.

Battevano i tamburi lentamente?
Suonavano piano le cornamuse?
I fucili sparavano mentre ti calavano nella fossa?
I corni cantavano “The Last Post” in coro?
Le cornamuse suonavano “The Flowers o’ the Forest”?

Brano di Dropkick Murphys

Oh how do you do, young Willy McBride,
Do you mind if I sit here down by your graveside,
And rest for a while in the warm summer sun,
I’ve been walking all day, and I’m nearly done.
And I see by your gravestone you were only nineteen,
When you joined the great fallen in 1916,
Well I hope you died quick,
And I hope you died clean,
Oh Willy McBride, was is it slow and obscene.
Did they beat the drums slowly,
Did the play the fife lowly,
Did they sound the death march as they lowered you down,
Did the band play the last post and chorus,
Did the pipes play the flowers of the forest.
And did you leave a wife or a sweetheart behind,
In some loyal heart is your memory enshrined,
And though you died back in 1916,
To that loyal heart you’re forever nineteen.
Or are you a stranger without even a name,
Forever enshrined behind some old glass pane,
In an old photograph torn, tattered, and stained,
And faded to yellow in a brown leather frame.
Did they beat the drums slowly,
Did the play the fife lowly,
Did they sound the death march as they lowered you down,
Did the band play the last post and chorus,
Did the pipes play the flowers of the forest.
The sun shining down on these green fields of France,
The warm wind blows gently and the red poppies dance,
The trenches have vanished long under the plow,
No gas, no barbed wire, no guns firing down.
But here in this graveyard that’s still no mans land,
The countless white crosses in mute witness stand,
Till’ man’s blind indifference to his fellow man,
And a whole generation were butchered and damned.
Did they beat the drums slowly,
Did the play the fife lowly,
Did they sound the death march as they lowered you down,
Did the band play the last post and chorus,
Did the pipes play the flowers of the forest.
And I can’t help but wonder oh Willy McBride,
Do all those who lie here know why they died,
Did you really believe them when they told you the cause,
Did you really believe that this war would end wars.
Well the suffering, the sorrow, the glory, the shame,
The killing and dying it was all done in vain,
Oh Willy McBride it all happened again,
and again, and again, and again, and again.
Did they beat the drums slowly,
Did the play the fife lowly,
Did they sound the death march as they lowered you down,
Did the band play the last post and chorus,
Did the pipes play the flowers of the forest.
Fonte: Musixmatch
Compositori: JOHN MCDERMOTT / ERIC BOGLE / BOBBY EDWARDS
Testo di The Green Fields of France (No Man’s Land) © Music Sales Corporation, Eleven East Corporation, Happy As Larry Music Publ. Pty. Ltd., Domino Pub Company Of America, LARRIKIN MUSIC PUBLISHING PTY LTD, HAPPY AS LARRY MUSIC PUBLISHING PTY LTD

Uomini straordinari – Per una galleria di Maestri Ribelli (4)

Jacob Ranza 

“Nel mio sogno, l’Arcangelo Gabriele soffiava dentro una tromba di cristallo” – Jacob Ranza 

Di Jacob Ranza è nota la passione per i racconti delle vite di frontiera che s’intrecciano in storie di passione e di amicizia. Legami che si costruiscono e si nutrono di poche cose nei posti più solitari e sperduti del mondo, dove la solidarietà tra esseri umani diventa essenziale per la sopravvivenza stessa. 

Ci sentiamo di azzardare che in realtà i lavori di Jacob Ranza non siano altro che una sola e lunga storia suddivisa tra le varie opere che seguono un preciso sviluppo cronologico e psicologico. Dagli intensi e memorabili racconti dell’adolescenza inquieta contenuti in “Ho visto volare le oche” si risale alle storie della piena maturità. E in questo viaggio lo spettatore è accompagnato da un costante senso di ritmo interrotto e di mancanza, quasi provando un allontanamento dalla realtà che sulle prime stordisce e colpisce diritto allo stomaco. 

Ma poi è come se la luce attraversasse i nostri corpi indifesi fino a determinarne la salvezza e la speranza. Si arriva quindi alle opere dove l’uomo combatte e lotta per conquistare un posto nella frontiera e nei grandi spazi solitari delle pianure ghiacciate, come in “Tentativi di libertà”, ma anche, per esempio in “Prima dell’avvento”, nei più claustrofobici ambienti borghesi fatti di storie di lavoro e rapporti privati stanchi e incrinati. 

Comprendere nella sua completezza la poetica e il senso filmico di Jacob Ranza presuppone la capacità e la disponibilità nel mettersi in gioco personalmente in modo totale. Anche prendendo per i capelli le parti più recalcitranti di noi stessi per riportarle, con uno sforzo a volte oltre l’umano, verso le altezze della più pura luce della consapevolezza; dove a volte possiamo sentire soffiare il nostro doppio dentro una tromba di luce. 

Poesie del mercoledì: ancora da Primaluce

da: Tornare a casa

……. sulle brune scogliere scoscese di Las Cayes, rigonfio
frangente, il vento salato dell’Atlantico; odo una lingua recedere,
non scritta da te, e le voci dei bambini che leggono
la tua opera in una lingua, ma solo se ne hai avute due.
Dovrei chiedere alle nuvole di fermarsi, per le ombre
una pausa, perché sento la lingua che muore mentre cresce
tutto quanto l’assedia, i gesti cortesi della grazia.
Le mie dita somigliano alle spine, i miei occhi sono bagnati
come foglie di campeccio dopo uno spruzzo di pioggia,
quando il sole e l’acqua lottano per lo stesso luogo
come le due lingue che conosco – una così ricca
nelle sue sottigliezze imperiali, nella sua eco del privilegio,
l’altra come le parole arancioni di un pendio disseccato –
ma il mio amore per loro è vasto quanto l’Atlantico.

In poche righe Il pianto dell'alba. Ultima ombra per il commissario Ricciardi Maurizio de Giovanni

De Giovanni ha lasciato intendere che potrebbe essere l’ultima indagine del commissario Ricciardi tra i delitti della Napoli negli anni ‘30. Ma il dubbio non ci abbandona e l’epilogo del libro lascia aperte altre strade.

Livia viene accusata dell’omicidio del suo amante tedesco ma Ricciardi non è convinto e indaga. Sono coinvolti anche i servizi segreti e la polizia politica del regime.

De Giovanni è un grande scrittore. L’analisi del personaggio Ricciardi, personalità molto complessa, è sempre delineata in modo mirabile sullo sfondo di una Napoli cupa e contraddittoria. La combinazione e l’interazione tra i personaggi e la città è il tratto distintivo dello scrittore. In mano a un grande regista sarebbe un film o una serie imperdibile. E infatti stanno girando una serie. Ho letto tutti i libri di Ricciardi. Il personaggio è davvero ben disegnato, l’ambientazione magnifica.

Amo davvero il modo di scrivere di de Giovanni e la capacità di sviluppare le sue storie sullo sfondo di una Napoli inquietante che fa il pari con le inquietudini di Ricciardi. Però mi sembra che in questo ultimo capitolo ci sia un po’ di stanchezza. Lo stesso scrittore ha detto che Ricciardi forse sparirà, lasciando però il dubbio nei lettori. Ogni tanto nella narrazione sono ricordate le caratteristiche principali dei personaggi anche di contorno e questo mi è sembrato un po’ come mettere qualche riga in più nel libro. La fine è davvero imprevista e non mi è piaciuta. Avrei preferito una fine più netta, quindi per me la saga prima o poi continuerà.  

Poesie del mercoledì

Paul Eluard

Sui miei quaderni di scolaro
Sui miei banchi e sugli alberi
Sulla sabbia e sulla neve
Io scrivo il tuo nome

Su tutte le pagine lette
Su tutte le pagine bianche
Pietra sangue carta cenere
Io scrivo il tuo nome

Sulle dorate immagini
Sulle armi dei guerrieri
Sulla corona dei re
Io scrivo il tuo nome

Sulla giungla e sul deserto
Sui nidi sulle ginestre
Sull’eco della mia infanzia
Io scrivo il tuo nome

Sui prodigi della notte
Sul pane bianco dei giorni
Sulle stagioni promesse
Io scrivo il tuo nome

Su tutti i miei squarci d’azzurro
Sullo stagno sole disfatto
Sul lago luna viva
Io scrivo il tuo nome

Sui campi sull’orizzonte
Sulle ali degli uccelli
Sul mulino delle ombre
Io scrivo il tuo nome

Su ogni soffio d’aurora
Sul mare sulle barche
Sulla montagna demente
Io scrivo il tuo nome

Sulla schiuma delle nuvole
Sui sudori dell’uragano
Sulla pioggia fitta e smorta
Io scrivo il tuo nome

Sulle forme scintillanti
Sulle campane dei colori
Sulla verità fisica
Io scrivo il tuo nome

Sui sentieri ridestati
Sulle strade aperte
Sulle piazze dilaganti
Io scrivo il tuo nome

Sul lume che s’accende
Sul lume che si spegne
Sulle mie case raccolte
Io scrivo il tuo nome

Sul frutto spaccato in due
Dello specchio e della mia stanza
Sul mio letto conchiglia vuota
Io scrivo il tuo nome

Sul mio cane goloso e tenero
Sulle sue orecchie ritte
Sulla sua zampa maldestra
Io scrivo il tuo nome

Sul trampolino della mia porta
Sugli oggetti di famiglia
Sull’onda del fuoco benedetto
Io scrivo il tuo nome

Su ogni carne consentita
Sulla fronte dei miei amici
Su ogni mano che si tende
Io scrivo il tuo nome

Sui vetri degli stupori
Sulle labbra intente
Al di sopra del silenzio
Io scrivo il tuo nome

Su ogni mio infranto rifugio
Su ogni mio crollato faro
Sui muri della mia noia
Io scrivo il tuo nome

Sull’assenza che non desidera
Sulla nuda solitudine
Sui sentieri della morte
Io scrivo il tuo nome

Sul rinnovato vigore
Sullo scomparso pericolo
Sulla speranza senza ricordo
Io scrivo il tuo nome

E per la forza di una parola
Io ricomincio la mia vita
Sono nato per conoscerti
Per nominarti
Libertà.

Il Tempo e l’Istante

Jordi Savall: Musiche galiziane, portoghesi, afgane, ebraiche, bretoni, catalane, sefardite, greche, arabe, messicane. L’incontro delle musiche dell’occidente con quelle dell’oriente inserito dentro un progetto di incontro tra culture molto più ampio che caratterizza l’opera e la ricerca di Savall.

Un itinerario che consiste in 19 pezzi lungo lo spazio e il tempo dal decimo secolo a oggi. Grande musica, grande ricerca delle origini.

  1. Cantiga de amigo V: Quantas sabedes amare amigo – (Canti profani di Martín Codax, in lingua galiziano-portoghesesecolo XIII)
  2. Nastaran – (anonimo afgano – strumentale)
  3. Noumi, noumi yaldatii – (ninna nanna ebraica)
  4. Variation sur O sonjal – (ballata bretone)
  5. Cançó del lladre – (tradizionale catalana)
  6. Romanesca & Pasamezzo – Arianna Savall
  7. La Salve – (antifona erroneamente attribuita a Bernardo di Chiaravalle[2] con il testo in spagnolo)
  8. Paxarico tu te Ilamas – (anonimo sefardita)
  9. Apo xeno meros – (tradizionale greco)
  10. Ghazali tal jàhri – (di anonimo, tradizionale marocchino in arabo)
  11. Durme, hermosa donzella – (ninna nanna sefardita)
  12. Tarantela – (Lucas Ruiz de Ribayaz da Luz y norte musical)
  13. Jaroslaw (Improvisation) – Ferran Savall
  14. Canarios (Improvisation) – Ferran Savall
  15. Fantasiant (Improvisation) – Ferran Savall
  16. Muzettes 1-2 – (Marin Marais da Pièces de viole, Libro 4 #28-29 – 1717)
  17. El cant dels Aucells – (canto natalizio tradizionale catalano)
  18. Diferencias sobre la Guaracha Mexique – (Messico – sec. XVII arr. di Jordi Savall)
  19. Sentirete una canzonetta – (Tarquinio Merula da Curtio precipitato et altri capricii, Op. 13, 1638)

Poesie del mercoledì

Quando le luci si spengono – poco per volta ci si abitua al buio come quando il vicino, sollevando alto il lume, sigilla il suo addio –

Dapprima – i passi si muovono incerti nel buio improvviso – poi – lo sguardo si abitua alla notte – e senza incertezza affrontiamo la strada –

Ed è così nelle oscurità più fonde – in quelle notti lunghe della mente quando non c’è luna che disveli un suo segno – quando non c’è stella che – dentro – si accenda –

E i più coraggiosi – per un poco brancolano – e battono – a volte – dritti in fronte – contro il tronco di un albero – ma poi imparano a vedere –

E allora è la Notte che si trasforma – oppure un qualcosa nella vista che alla Mezzanotte si conforma – E la vita procede quasi senza incertezza.

Emily Dickinson (1862)

Uomini straordinari – Per una galleria di Maestri Ribelli (3)

Aarvo Ranzaainen 

“Dopo le luci, la leggera declinazione degli orizzonti aperti” – Aarvo Ranzaainen 

Quale miglior artista per aprire la sessione invernale del nostro festival del cinema di Aarvo Ranzaainen, l’immagine stessa, diremmo l’incarnazione, dello spirito del lungo inverno nordico.
Non solo emerge nel pieno delle sue pellicole il colore sfumato dei paesaggi in campo lungo, entrati da tempo nell’immaginario collettivo anche di quei popoli che appartengono al sud del mondo. Ma anche le lunghe e lente sovrapposizioni di veri e propri quadri impressionisti, giocate con sapienza registica pari solo alla vastissima e mirabile capacità di andare oltre la superficie piana.

Questo non è chiaramente cinema d’occasione, bensì un progetto giocato sul tempo e sugli anni dove ogni tessera è parte integrante, e intrigante, di una visione che l’artista ha cominciato a mostrarci con delicatezza dagli esordi, con il grande e insuperato capolavoro “La vera storia del lago salato”. 

Cinema dunque di prospettiva, certo non facile ed in alcuni frangenti perfino respingente. I suoi cambi di colore quasi come un caleidoscopio impazzito tra primi piani esasperati, fughe verso campi lunghi giocati in un ritmo tutto interiore alla natura: ecco il segreto, l’esasperazione dei rapporti e l’inclemente precipitare del clima. 

E’ proprio dal clima che dobbiamo partire per entrare nel grande labirinto costruito dal maestro. Il clima come cancello d’ingresso verso la simbologia impressionista delle sue opere fino ad ora conosciute (è opinione comune infatti che esistano moltissimi lungometraggi del tutto inediti). 

Il clima si trasforma nel tempo da un’accezione puramente meteorologica, evidente nelle prime opere brevi, in un metafisico apparire di personaggi scomposti nelle parti essenziali, dentro sapienti giochi di controluce e dialoghi mai banali o fintamente concettuali. Personaggi che diventano centrali, si badi bene, senza essere mai ripresi per intero, ma solo accennati e punteggiati, con un tocco di leggerezza che è diventata la vera carta d’identità dell’arte di Aarvo Ranzaainen.

Poesie del mercoledì

La fine e l’inizio di Wisława Szymborska

Dopo ogni guerra
c'è chi deve ripulire.
In fondo un po' d'ordine
da solo non si fa.

C'è chi deve spingere le macerie
ai bordi delle strade
per far passare
i carri pieni di cadaveri.

C'è chi deve sprofondare
nella melma e nella cenere,
tra le molle dei divani letto,
le schegge di vetro
e gli stracci insanguinati.

C'è chi deve trascinare una trave
per puntellare il muro,
c'è chi deve mettere i vetri alla finestra
e montare la porta sui cardini.

Non e' fotogenico
e ci vogliono anni.
Tutte le telecamere sono gia' partite
per un'altra guerra.

Bisogna ricostruire i ponti
e anche le stazioni.
Le maniche saranno a brandelli
a forza di rimboccarle.

C'è chi con la scopa in mano
ricorda ancora com'era.
C'è chi ascolta
annuendo con la testa non mozzata.
Ma presto
gli gireranno intorno altri
che ne saranno annoiati.

C'è chi talvolta
dissotterrerà da sotto un cespuglio
argomenti corrosi dalla ruggine
e li trasporterà sul mucchio dei rifiuti.

Chi sapeva
di che si trattava,
deve far posto a quelli
che ne sanno poco.
E meno di poco.
E infine assolutamente nulla.

Sull'erba che ha ricoperto
le cause e gli effetti,
c'è chi deve starsene disteso
con la spiga tra i denti,
perso a fissare le nuvole.

Il cinema di primaluce, Nel corso del tempo

Girato in 11 settimane tra il 1 luglio e il 31 ottobre del 1975 tra Lüneburg e Hof lungo la frontiera con la Repubblica Democratica Tedesca. Bianco e nero.

Inizio. Dialogo tra il protagonista e un vecchio proprietario di sale cinematografiche sulla storia del cinema e sulla sostenibilità nei piccoli paesi . Titoli e presentazione. Il protagonista viaggia nelle città a fare manutenzione di proiettori di film. E’ fermo con il camion sulla riva del fiume. Arriva un’auto a folle velocità e senza accennare a frenate finisce nel fiume. Il guidatore (Kamikaze) riemerge e torna a riva. Viaggiano insieme nei paesi e nelle città. “Cosa vuoi sapere?”.”Chi sei?”.”Io sono la mia storia”. Morte di una donna in un incidente stradale, il racconto del sopravvissuto incontrato sulla strada.

“C’era un inchiostro col quale si poteva cancellare la vecchia scrittura e al tempo stesso scrivere qualcosa di nuovo”.

“In poche parole sognare era scrivere finché in sogno mi è venuta l’idea di cambiare inchiostro. Con l’inchiostro nuovo potevo vedere pensare e scrivere qualcosa di nuovo. Tutto si è risolto”.

La visita al padre di Kamikaze. “Voglio parlare di mia madre”.”Lo so, ma sono tre ore che non dici nulla”.”E tu ascoltami lo stesso”.

Il cinema. Il nazismo e la guerra. Il padre disperso.

La corsa in sidecar verso il Reno, l’attraversamento e la visita alla casa della gioventù. La scoperta di alcuni ricordi in una scatola di latta sotto a un gradino.

“Sono contento che siamo andati sul Reno. Per la prima volta mi sento come uno che ha un certo tempo dietro di sé. E questo tempo è la mia storia. E’ una sensazione tranquillizzante”.

“Gli americani ci hanno colonizzato il subconscio”. Robert (Kamikaze) lascia scritto: “Bisogna cambiare tutto. Ci vediamo. R”. “Farò del mio meglio”.

Nell’ultima scena il protagonista incontra la proprietaria di un cinema che dice: “Mio padre voleva che questo cinema continuasse a esistere. Anch’io. Ma è meglio che non esista più alcun cinema se il cinema è come quello attuale”.

Il film finisce con lui che strappa il suo piano di lavoro mentre la macchina da presa mostra l’insegna del cinema dove sono rimaste accese solo le tre lettere che formano la parola End.