# partenza n.31

C’era una stazione di quelle relativamente esistenti. Nella sala d’aspetto quattro telefoni a gettoni, uno per ogni lato. Un treno preso più volte con felicità totale. Solo nelle intenzioni di chi la pensava nel luogo dove avrebbe dovuto essere parcheggiata, un’automobile, in una strada leggermente in salita.

Non si trovavano le chiavi, qualcuno le cercava chiedendo gettoni per telefonare. Con un gesso e con una penna scriveva i numeri dettati nella cornetta sopra un muro. Non si poteva sapere che numeri fossero, solo che li componeva uno dopo l’altro ma nessuno rispondeva, neanche una voce di quelle automatiche.

Intanto una ragazza aspettava. Se avesse trovato l’automobile sarebbe partita senza voltarsi indietro. Ma prima avrebbe fatto un largo giro.

# partenza n.30

Ma tutte queste cose cosa c’entrano l’una con l’altra? E’ utile andare fino in fondo? E per cosa? Forse all’inizio, senza conoscere la strada e la direzione, la domanda comprimeva gli organi vitali.

Una di quelle importanti riguardava il tempo della veglia che i sogni non smettevano mai di riprodurre. E come in un sistema perfettamente circolare tutto prima o poi ritornava senza deviazioni. Solo una forma perfetta si muoveva dentro e fuori, materiale e immateriale, prendeva ogni centimetro di pelle e ossigeno e ogni piccola stilla di sudore.

E poi evaporava per ripresentarsi in forma perfetta e tuttavia ironicamente identica.

# partenza n.29

E’ inutile dirti perché le cose vanno sempre a finire in modo burrascoso, per certi versi inaspettato, false come l’abitudine a spergiurare amori eterni e fedeltà decisive. Ancora oggi il battito delle tende polverose si muove in verticale, il gusto della tensione si mischia nelle frequenze dentro un contenitore e nasconde musica e ritmo, musica e sedentarietà.

Si era felicemente liberato di questa parola quando lei aveva allungato il suo piede per mettere alla prova tutta la sua saldezza.

Qualcun altro al suo posto si sarebbe alzato e avrebbe rivendicato qualcosa di tangibile oppure avrebbe sussurrato parole per ricordare un contatto vecchio e ormai sepolto.

# partenza n.28

Salire gli scalini del cinema, prendere posto per riflettere sui turbamenti del mondo, i mali della civiltà e i suoi cancri, le dinamiche che infiammavano il pianeta, gli infernali dibattiti sul realismo e sui contenuti.

Lasciavano il posto in modo così netto e prorompente al desiderio che ancora non sapevano definire ma che esplodeva in modo inaspettato dentro un inverno cinico e impietoso. Lo sfioramento dei corpi era amplificato dal contesto di precario equilibrio emotivo in cui erano immersi.

Uno spiffero innocente, tensioni e colori carichi di promesse. Lei era in ritardo, dentro quella stanza rimaneva solo uno strano imbarazzo. La salutò farfugliando qualche scusa banale senza sapere il motivo preciso.

# partenza n.27

Le finestre del cinema proponevano un ammiccante programma di cultura e di noia. Aveva impiegato almeno vent’anni di sudore e sofferenze per definirlo, facendosi forza tra le tensioni morali dei suoi pori uniti all’aspirazione a una vita migliore.

Buttiamoci dentro, buttiamo le nostre angosce oltre il gabbiotto della cassiera vestita di marrone, atterriamo in un luogo di solitudine ma forse con il tepore e la languida attesa di un tempo infinito. Andiamo oltre, sembravano dire le impercettibili disamine, cerchiamo ancora una volta oltre questa condizione.

Un film di violenza ma di aspirazione morale, tutto quello che bastava a istigare le perversioni ancorate sotto una cappa di difficile interpretazione. O almeno sembrava, inseguendo la completa e personale insoddisfazione.

# partenza n.26

Solo ora poteva guardarla diritta negli occhi e a sua insaputa sentire la finitezza di quel contatto impercettibile. Poteva rendersi conto dei movimenti della macchina da presa lungo i binari, e dio solo sa se il cigolio che riempiva la sala era il rumore della ferrovia attaccata alla parete dietro allo schermo.

O se il segnale delle sue convinzioni si sgretolavano sotto il peso di una serata inutile.

La sala era mezza vuota. La cassiera sbadigliava tenendo una mano sulla bocca e l’altra in mezzo alle cosce. Due biglietti, due posti per la cura della solitudine. Il primo fotogramma ancora dopo anni gli scaldava il cuore.

# partenza n.25

Era di sabato, dentro un paese a sua volta contenuto in una città che con palese propulsione esplodeva fuori dai propri limiti naturali incollandosi lungo i confini di una regione.

Forse era una notte di quel colore che solo da giovane ti può sembrare come il buio dell’apocalisse.

Quando con scarsa esperienza e con eccessive letture la voragine si apriva, rimaneva nella coscienza con noncuranza a fissarti demente e instabile. Fino alla fine una sequenza sembrava manifesta, inutile come la maggior parte dei movimenti.

# partenza n.24

Era un uomo piccolo dalle ossa minute che per quanto si sforzasse non riusciva a trovare un paio di pantaloni della sua taglia. La cintura si chiudeva a riccio sul retro in modo che la camicia mettesse sempre in bella evidenza la pochezza del suo giro vita.

Me lo ricordo bene. Per un lungo periodo della mia vita l’ho avuto davanti a me tutti i giorni. Era un uomo piccolo. E tutta quella sua piccolezza era in sintonia con il suo modo di vedere le cose. Non voglio correre il rischio di sembrare superficiale o di credere che il piccolo uomo non avesse qualità.

Mi sforzo di rimettergli gli occhi addosso ma il tempo mi ha fatto dimenticare l’utilità dei suoi atteggiamenti. Quando me ne rendo conto mi viene un brivido. Il suo racconto in dialetto del filo spinato steso sulla spider rossa per tenere lontano le ragazze rimane memorabile.

# partenza n.23

La colonna sonora era rinchiusa all’interno della sua fortezza. Una musica costruita con precisione involontaria ma perfetta, fatta di cose, di movimenti, di oggetti comuni trovati tra le mani che lui utilizzava con superba sapienza. Come un direttore d’orchestra la sua idea di abilità tecnica si univa a un’altrettanta finzione di eccellenza relazionale.

Finalmente poteva dare inizio alla propria idea, con mano salda maneggiava la confezione di deodorante e con l’altra muoveva cambiando la posizione degli oggetti sulla scrivania. Un effetto maestoso che tutti avevano imparato a conoscere e che all’inizio era stato male interpretato. La perfezione timbrica dei movimenti senza il bisogno di altre aggiunte.

Là dentro ti sentivi inutile come davanti a Kurz che dall’interno del cuore di tenebra guardava il mondo con profondità perfetta.

# partenza n.22

Ogni tanto usciva dalla sua stanza dove passava ore senza confini. Cominciava quando iniziava la raccolta della carta nei cestini e finiva con i segnali della vita notturna, ben oltre la fine dell’orario di lavoro delle persone comuni.

Non sembrava smettere mai. In apparenza era un uomo dai saldi principi e dalle scarse illusioni anche se a volte i termini sembravano capovolgersi. Si comportava come se la sua voglia di evoluzione nascondesse un segreto. Con una sequenza perfetta di movimenti arrivava con la sua fretta fatta di passi lunghi e volitivi. Travolgeva chiunque si trovasse davanti, uomo o donna non importava, purché di grado inferiore al suo.

La parità e la giustizia erano salve, i suoi passi pieni di rumore. Disturbava. Guardava con fastidio e non salutava mai.