# partenza n.65

Le poltrone di panno rosso vanno in leggera discesa con una bella atmosfera. Passano i minuti e la sala si riempie. Qualcuno ha l’abitudine di arrivare in anticipo, qualcuno invece infila la testa nei tendoni proprio all’ultimo quando gli attori entrano in palcoscenico con quel caratteristico rumore frusciante dei passi sul legno.

E’ bello arrivare in anticipo e godere della trasformazione della sala da vuota a piena, dal silenzio al brusio che sale di tono fino a quando le luci diventano intermittenti e avvertono che qualcosa sta per accadere. Allora le voci si abbassano e spariscono ingoiate dalle gole che tossiscono.

Diventa quasi buio, tutti aspettano che avvenga il solito rito. Ma questa volta un attore passa tra le file con una padella piena di chicchi di caffè. Il suo sapore si spande nella sala e predispone alla gioia.

# partenza n.64

Era tutto come sempre, con il tratto di banchina senza tettoia e il sole dell’estate che non dava tregua. Quando però un treno si fermava di fronte al binario faceva da schermo con grande sollievo per tutti, anche se durava solo per il breve tempo della sosta. Nessuno poteva fare a meno di stare ad aspettare anche se l’unico spazio all’ombra era sempre occupato.

Molti fumavano come prova evidente che gli amanti del tabacco erano in aumento dopo anni di decrescita. Anche se all’aperto il fumo ristagnava in una nuvola sgradevole quasi a reclamare la propria potenza. Ogni cosa sembrava immobile, ogni sguardo identico a quello del giorno prima. E così anche il ritardo.

A destra e a sinistra qualcuno parlava a bassa voce. Altri invece piegavano la testa aspettando l’arrivo. Solo quando sentiva il rumore della locomotiva la folla si distribuiva in fretta lungo tutta la lunghezza della banchina cercando di entrare nel posto più fresco della carrozza.

# partenza n.63

Non si possono escludere le pause necessarie. Sono decise unilateralmente e ricercate, in un certo senso programmate. E’ una questione ancora dibattuta e come molte altre di una certa importanza divide due nette fazioni, senza spazio per un incontro diplomatico.

Una parte minoritaria sostiene e tende a credere alle pause come parte attiva per occupare gli spazi necessari. Spazi minuscoli in realtà che sfuggono all’osservazione. Sembra accada spesso, sostengono. L’altra invece sempre attenta ai grandi avvenimenti non fa attenzione alle cose minori che spesso si rivelano però di importanza capitale.

Meglio fermarsi oppure proseguire senza sosta fino dove non è ben chiaro? Domanda inutile. Ma ce ne sono così tante che una più una meno non se ne accorge nessuno. Ammettiamolo, facciamo solo finta di sapere che nulla sarà come prima.

# partenza n.62

Gli sembrava di ragionare sulle parole. Rifletteva con quelle che uscivano per entrare nei dettagli con spirito di indagine. Dopo molte opzioni scartate e viaggi di circostanza si presentava con il catalogo dei prodotti e con le loro caratteristiche, il cartellino del prezzo penzolante da un lato ma in bella evidenza.

Prendeva la più adatta, la estraeva con gesto sicuro e la abbracciava. Il gioco era fatto, l’illusione di avere tutto sotto controllo gli indicava scelte sicure, lo schema sembrava perfetto e a prova di contraddizione.

Ma poi gli errori scoppiavano per davvero lasciando detriti amplificati dalle certezze. Rifletteva su un punto di passaggio e aspettava che all’improvviso si aprisse.

# partenza n.61

Una specie di fossa scavata in basso ma abbastanza ampia e sufficientemente luminosa. C’erano delle vetrate in alto, sopra il lato lungo del rettangolo, che garantivano alla luce di entrare da un cortile esterno in cemento.

E a noi che eravamo dentro di non sentirci rinchiusi e in affanno. Il luogo si raggiungeva con numerose scale dal bordo della strada. Il colore predominante era rosso scuro o granata intervallato dal verde della pavimentazione. Dal soffitto pendevano grosse lampade che consentivano, anche nelle giornate di brutto tempo, una sufficiente illuminazione.

C’era del movimento in quel posto che spesso durava per tutto il pomeriggio e finiva con inevitabile precisione dentro un corridoio dove si affacciavano numerose stanze di servizio. A seconda delle stagioni uscivamo da lì con la luce del giorno oppure sotto il riflesso giallo dei lampioni che scendeva dall’alto. 

# partenza n.60

In mezzo era uguale, la diversità sembrava frequentazione. Lo aveva sperimentato, dipendeva dall’ora. Si combinava così per farlo sembrare un mondo diverso, senza collegamenti e senza filo conduttore. Ricordava i colori e gli odori, le lingue, gli sguardi e gli atteggiamenti.

Nonostante la breve durata ripeteva con forza ogni mattina il suo mantra personale e ne faceva un gioco. Entrava negli occhi di qualcuno per vedere da un altro punto di vista con un po’ di coraggio e la voglia di non fermarsi a guardare sempre solo dal solito luogo.

La noia durante le ore tutte uguali era un eccesso che creava un senso di vertigine. Così la capacità di conoscenza risultava compromessa. 

# partenza n.59

Aveva l’abitudine di svegliarsi molto presto al mattino. Così presto che gli unici rumori nella casa erano i suoi passi sul pavimento e il respiro attento per non svegliare gli altri. Oltre alle solite cose aveva la necessità di leggere subito qualcosa.

Le pagine di un libro per una mezz’ora gli facevano costruire una barriera tra lui e quello che avrebbe dovuto fare. Pagine per trovare un senso. Avrebbe continuato sul treno anche se ogni tanto si addormentava cominciando però subito a sognare per non interrompere il racconto.

Alcune mattine riusciva perfino a vedere la trasformazione dei colori, dal nero assoluto all’arancione e al verde. E verso il nord il bianco della neve.

# partenza n.58

Uno al giorno, uno al giorno, uno al giorno. Continuava in questo modo a non fermarsi. Ma sempre uno al giorno. Compiti da portare a termine, idee da stirare e mettere in bella evidenza, determinazioni da soppesare con attenzione in tutta la loro superficie scelte per continuare a sopportare la grandine che non si sapeva bene da dove venisse.

Lezioni da mettere in un luogo sicuro ma raggiungibili nel momento del bisogno insieme alle domande che si moltiplicavano permettendo di indovinarne i contorni anche nelle giornate di estrema stanchezza.

Ripetizioni necessarie, a volte stucchevoli, a prima vista prive di franchezza. E ancora l’apertura sopra il limite sembrava invalicabile, seppure unica.

# partenza n.57

Avrebbe potuto stare immobile per sentire il respiro premuto sulle cellule del corpo emettere suoni di gioia e di emergenza. Con una colonna sonora alta e potente dietro il senso di umanità lasciato ad afferrare ogni appiglio senza confondere le sue parole con quelle degli altri o mischiare la volontà dei momenti necessari con la velocità superflua.

Era troppo facile astenersi, coltivare l’eccesso, dimenticare ciò che andava ricordato. Ricordava tutto quello che voleva dimenticare. Oltre al respiro poteva definire la concentrazione come la capacità di scrivere su un foglio giallo seduto sulla panchina di una sala d’aspetto ma sempre seguendo la curva del respiro per non farsi cogliere impreparato.

Nominava tutto quello che aveva fatto e lo inseguiva forse per riprenderlo nel suo modo primitivo di conoscere le cose.

# partenza n.56

Si era buttato giù da una discesa e non mostrava segni di indecisione. Si fermava esplorando i cancelli, li apriva con regolare applicazione e con ferma dedizione. Alcune volte entrava, altre invece si limitava a esplorare i dintorni e tutti quei dettagli che messi assieme fanno un contesto.

Sentiva il fischio nella testa che lo attraversava da un orecchio all’altro. Avesse avuto uno schermo adatto avrebbe anche potuto vedere le onde con le sue gobbe disperdersi e rincorrere il margine per poi riunirsi di nuovo. Ma non c’era niente del genere nei dintorni e le ricerche sarebbero state inutili. Picchiava le mani sulle cosce e seguiva per quanto possibile la sezione ritmica e le sue figure.

Altre volte la stanchezza lo opprimeva nella discesa ma aveva compagnia e non si sentiva solo. Raccoglieva le esistenze precedenti con attenzione, ne faceva un mazzo di colori in fogge sempre diverse.