Una canzone del mercoledì

Come di – Paolo Conte

Guàrdali, dai treni in corsa si sbilanciano
In cannottiera ti sorridono
Come di, come di, Come di, come di orchestra illusa a Napoli
E poi sgridata a Minneapoli

Come di, comédie La comédie d’un jour, la comédie de ta vie
La comédie, la comédie Ma cos’è la luce piena di vertigine
Sguardo di donna che ti fulmina
Come di, come di

Come di antica amante vista a Napoli
Con lontanissimi binocoli
Comédie, comédie d’un jour La comédie Pàrlami, dunque il ricordo si semplifica
Nel suono dolce ed infelice, qui
Come di, come di, come di

Come di, come di orchestra che precipita
In un ventilatore al Grand-Hôtel

Comédie, comédie


La comédieFonte: LyricFindCompositori: Paolo ConteTesto di Come di © BMG Rights Management, Sugarmusic s.p.a.

Gino Bartali “Giusto tra le nazioni”

Gino Bartali (Ponte a Ema, 18 luglio 1914 – Firenze, 5 maggio 2000)

Ci sono persone che fanno cose straordinarie, lo fanno con gratuità senza volere nulla in cambio, rischiando la propria vita nei momenti più bui della storia. Ci sono persone che dopo avere fatto cose straordinarie non lo dicono a nessuno e ritornano a fare la propria vita come se nulla fosse successo. Ci sono persone che salvano migliaia di altre persone da persecuzoni orribili con una forza e una energia che forse non sapevano di avere.

Ci sono persone come Gino Bartali per esempio o come Giorgio Perlasca.

Questa è la storia di Gino Bartali, un campione del ciclismo, che proprio con la sua bicicletta salvò almeno 800 ebrei dalla deportazione nei lager nazisti tra il settembre 1943 e il giugno 1944, uno dei periodi più bui della storia d’Italia.

Da Repubblica, 23 settembre 2013

Il ciclista toscano rischiò la vita per salvare quella dei perseguitati dai campi di concentramento. Usando la sua bicicletta per nascondere documenti falsi, il campione salvò ottocento persone. Israele ha riconosciuto il suo impegno e ha in programma una cerimonia in Italia in suo onore anche in Italia.

Gino Bartali, il grande campione di ciclismo, è stato dichiarato ‘Giusto tra le nazioni’ dallo Yad Vashem, il memoriale ufficiale israeliano delle vittime dell’olocausto fondato nel 1953. La nomina di ‘Giusto tra le nazioni’  è un riconoscimento per i non-ebrei che hanno rischiato la vita per salvare  quella anche di un solo ebreo durante le persecuzioni naziste.

Bartali, oltre ad essere un campione delle due ruote, si distinse in quegli anni per il coraggio con cui collaborò per salvare dalla deportazione alcune famiglie. Sul sito dell’organizzazzione vengono spiegate le motivazioni della nomina. Gino Bartali “un cattolico devoto, nel corso dell’occupazione tedesca in Italia ha fatto parte di una rete di salvataggio i cui leader sono stati il rabbino di Firenze Nathan Cassuto e l’arcivescovo della città cardinale Elia Angelo Dalla Costa”. Ques’ultimo è stato già riconosciuto Giusto tra le Nazioni da Yad Vashem.

“Questa rete ebraico-cristiana, messa in piedi a seguito dell’occupazione tedesca e all’avvio della deportazione degli ebrei, ha salvato – prosegue Yad Vashem – centinaia di ebrei locali ed ebrei rifugiati dai territori prima sotto controllo italiano, principalmente in Francia e Yugoslavia”.

Bartali, si legge ancora sul sito del memoriale ebreo, ha agito “come corriere della rete, nascondendo falsi documenti e carte nella sua bicicletta e trasportandoli attraverso le città, tutto con la scusa che si stava allenando. Pur a conoscenza dei rischi che la sua vita correva per aiutare gli ebrei, Bartali ha trasferito falsi documenti a vari contatti e tra questi il rabbino Cassuto”. ll periodo in cui lavorò più intensamente per mettere in salvo gli ebrei è tra il settembre 1943 e il giugno 1944. Yad Vashem ha infine annunciato che in onore del campione della due ruote si terrà una cerimonia in Italia in una data ancora da stabilire.

Commozione e felicità, orgoglio e nostalgia. Questi i sentimenti della moglie del campione e del figlio Andrea. “E’ una cosa magnifica – afferma Andrea – Aspettavamo questa notizia già da qualche tempo, soprattutto dopo che un mese fa hanno fatto giusto tra le nazioni il cardinale Elia Dalla Costa”. E continua : “Saperlo proprio oggi quando qui a Firenze sono iniziati i Mondiali di ciclismo ha un significato enorme”. La famiglia di Bartali era stata invitata già nelle settimane scorse a Gerusalemme dal governo israeliano per il mese di ottobre quando si terrà una gran fondo di ciclismo intitolata a Gino Bartali.

Per il coraggio e l’umanità non comune, il ciclista toscano ha ricevuto la medaglia d’oro al merito civile dal presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi “per aver salvato almeno 800 ebrei”.

https://www.repubblica.it/cronaca/2013/09/23/news/bartali_giusto_tra_le_nazioni-67078081/?refresh_ce

Il Manifesto di Assisi

I social media danno a chiunque la possibilità di esprimersi su qualunque cosa succeda nel mondo. Oggi non solo i professionisti dell’informazione, ma anche noi, cittadini e lettori che fino a l’altro ieri potevamo al massimo scrivere una lettera a un giornale per illuderci di far sentire la nostra opinione, possiamo scrivere delle cose che accadono e dire la nostra opinione.

Ma c’è un ma. Ormai si confonde la libertà di espressione, sacrosanta, con l’odio, la falsità, il libero insulto e l’ignoranza. Ci stiamo abituando a scrivere falsità. Guidati non solo da un istinto bestiale ma anche da professionisti della disinformazione, tra cui spiccano politici di professione. I contenuti sono di fatto assenti, c’è solo la ripetizione di slogan che a furia di essere messi ossessivamente in circolazione diventano realtà.

La realtà è per definizione complessa e imporrebbe perlomeno che i fatti venissero studiati, magari tenendo in conto anche i dati. Quindi, studiare un po’ prima di scrivere sciocchezze. Invece questo non accade. Ormai tutti, a partire dai suddetti politici spregiudicati, ci esprimiamo per slogan sapendo che non è importante se quel che diciamo sia vero e dimostrabile. Uno degli effetti più studiati nella comunicazione, non solo nell’epoca dei social media, è che una affermazione ripetuta ossessivamente, anche se falsa, diventa vera.

L’effetto della propaganda sulle masse è sempre esistito. Ricordiamo tutti quel che è successo il secolo scorso in uno dei periodi più bui della storia. Solo che adesso il tutto è amplificato dalla tecnologia. I recenti fatti di cronaca ne sono un esempio.

Per cercare di ovviare è stato stilato il Manifesto di Assisi. Ecco, per meditare, la pagina tratta dal sito. (https://www.sanfrancescopatronoditalia.it/notizie/attualita/il-manifesto-di-assisi-in-10-punti-le-parole-non-siano-pietre-44189)

“Secondo l’impegno preso ad Assisi, questo testo rimarrà ancora per una settimana sul sito, per eventuali osservazioni ulteriori. Poi scatterà la fase più importante: quella di far vivere davvero il Manifesto, farlo diventare spunto di confronto, di dibattito, di polemica. Non certo soltanto tra giornalisti, anche se la categoria non può certo fingere di non sentire l’appello a una comunicazione responsabile, rispettosa, che si basi sui fatti e rigetti i discorsi d’odio. Ma è una società intera che dobbiamo provare a raggiungere, a partire dalle scuole e dalle iniziative di formazione; con l’ambizione di portare il Manifesto anche nel web e sui social, dove si gioca oggi tanta parte del processo di formazione dell’opinione pubblica e dove più frequente è un uso contundente del linguaggio.”

Manifesto di Assisi
1.  L’ostilità è una barriera che ostacola la comprensione. Nel rispetto del diritto-dovere di cronaca e delle persone occorre comprendere. Scriviamo degli altri quello che vorremmo fosse scritto di noi.

2.  Una informazione corretta lo è sempre, sono la fiducia e la lealtà a costruire una relazione onesta con il pubblico. Non temiamo di dare una rettifica quando ci accorgiamo di aver sbagliato.

3.  Difendiamo la nostra dignità di persone, ma anche quella altrui, fatta di diversità e differenze. Tutti hanno diritto di parlare e di essere visibili. Diamo voce ai più deboli.

4.  Costruiamo le opinioni sui fatti e quando comunichiamo rispettiamo i valori dei dati per una informazione completa e corretta. Dietro le cifre ci sono gli esseri umani. Impariamo il bene di dare i numeri giusti.

5.  Se male utilizzate, le parole possono ferire e uccidere. Ridiamo il primato alla coscienza: cancelliamo la violenza dai nostri siti e blog, denunciamo gli squadristi da tastiera e impegniamoci a sanare i conflitti. Le parole sono pietre, usiamole per costruire ponti.

6.  Facciamoci portavoce di chi ha sete di verità, di pace e di giustizia sociale. Quando un cronista è minacciato da criminalità e mafie, non lasciamolo solo, riprendiamo con lui il suo viaggio. Diventiamo scorta mediatica della verità.

7.  Con il nostro lavoro possiamo illuminare le periferie del mondo e dello spirito. Una missione ben più gratificante della luce dei riflettori sulle nostre persone. Non pensiamo di essere il centro del mondo.

8.  Internet è rivoluzione, ma quello che comunichiamo è rivelazione di ciò che siamo. Il nostro profilo sia autentico e trasparente. Il web è un bene prezioso: viviamolo anche come bene comune.

9.  La società non è un groviglio di fili, ma una rete fatta di persone: una comunità in cui riconoscersi fratelli e sorelle. Il pluralismo politico, culturale, religioso è un valore fondamentale. Connettiamo le persone.

10.  San Francesco d’Assisi operò una rivoluzione, portare la buona notizia nelle piazze; anche oggi una rivoluzione ci attende nelle nuove agorà della Rete. Diamo corpo alla notizia, portiamola nelle piazze digitali.

Una canzone del mercoledì

Don Abbondio – Brunori SAS

Don Abbondio nello strazio
Del mio mare violentato
Dello stato delle cose
Che ormai è dato per scontato
Nella farsa tragicomica
Di una tratta autostradale
Nelle morti per errore
Sopra un letto di ospedale
Don Abbondio nel silenzio
Don Abbondio nell’assenza
Don Abbondio ai funerali
Della nostra coscienza
Don Abbondio sono io
Affacciato alla finestra
A guardare le macerie
A contare quel che resta
E no stasera noDon Abbondio è pasta al forno
È salsiccia di maiale
Don Abbondio è mio nipote
Lo dobbiamo sistemare
Tra le sedie e le poltrone
Di un consiglio comunale
Tra le mani che si allisciano
Ed un seggio elettorale
Don Abbondio negli inchini
Nella schiena che si piega
Don Abbondio che alla fine
A noi che cazzo ce ne frega
Don Abbondio sono io
Affacciato alla finestra
A guardare le macerie
A contare quel che resta
E no, stasera noDon Abbondio è mia madre
La mia terra e il mio dialetto
La Madonna che si inchina
Per paura e per rispetto
Per un pomodoro rosso
Come il sangue di un cristo
Che ha la pelle così nera
Che nessuno l’ha mai visto
Lavorare al buio nero
Nero come è nero il lutto
Di chi non avrà mai niente
Perché gli hanno preso tutto
Don Abbondio nel mio sguardo
Che si poggia sempre altrove
Per paura che agli indizi
Poi si aggiungano le prove
E no, stasera noDon Abbondio nells scuse, nelle giustificazioni
Nelle statue, nelle piazze, nelle commemorazioni
Nella voce di un padrone che non devi nominare
Nella bocca che si apre solamente per mangiare
E no, stasera no

Fonte: LyricFindCompositori: Dario BrunoriTesto di Don Abbondio © Warner Chappell Music, Inc

Vite aziendali: La guerra delle canoe

La Guerra delle Canoe è una storia che ho letto molti anni fa su “Il Sole 24Ore”. Mostra in maniera ironica quello che succede nelle Direzioni Aziendali alle prese con il lancio di progetti strategici. Il livello successivo, e più interessante, è quello che succede nelle teste di chi ha la responsabilità si proporre azioni e poi di controllarne i risultati. Il “Giro dell’0ca” che vedete qui riprodotto sembra un semplice gioco dell’assurdo, che nulla ha a che fare con la vita reale delle aziende. E invece il dato amaro è la constatazione che è esattamente quello che succede. Riunioni, Stati Avanzamento Lavori, Conference Call e chi più ne ha più ne metta portano esattamente a questo risultato e hanno proprio questo svolgimento nella mente di Consulenti e Amministratori Delegati.

Questa è una storia triste, che lascia l’amaro in bocca eppure così vera che si stenta a crederla. Direi quasi “fantozziana”, con un evidente tributo a uno dei più grandi intellettuali della storia della cultura europea, Paolo Villaggio.

Una canzone del mercoledì

I VERDI CAMPI DI FRANCIA Versione italiana di Riccardo Venturi

Come stai, soldato semplice William MacBride?
Ti dà fastidio se mi siedo un po’ qui tra le vostre tombe
E mi riposo un po’ nel caldo sole d’estate?
Ho camminato tutto il giorno e sono stanco morto.
Vedo dalla tua lapide che avevi solo diciannove anni
Quando hai raggiunto gli eroi caduti nel 1916.
Beh, spero che tu sia morto rapidamente e perbene
Oppure, Willie MacBride, è stata una morte lenta e tremenda?

Battevano i tamburi lentamente?
Suonavano piano le cornamuse?
I fucili sparavano mentre ti calavano nella fossa?
I corni cantavano “The Last Post” in coro?
Le cornamuse suonavano “The Flowers o’ the Forest”?

Hai lasciato una moglie o una fidanzata a aspettarti,
e in qualche cuore fedele sei custodito per sempre?
E anche se la tua morte risale al 1916
Per qualche cuore fedele hai per sempre diciannove anni?
Oppure sei solo uno straniero senza neanche un nome
per sempre racchiuso dietro a qualche lastra di vetro
in una vecchia foto strappata, spiegazzata e macchiata
che sta ingiallendo in una cornice di pelle marrone?

Battevano i tamburi lentamente?
Suonavano piano le cornamuse?
I fucili sparavano mentre ti calavano nella fossa?
I corni cantavano “The Last Post” in coro?
Le cornamuse suonavano “The Flowers o’ the Forest”?

Il sole splende adesso su questi verdi campi di Francia,
Un vento caldo soffia piano e danzano i papaveri rossi.
I solchi delle trincee sono scomparsi sotto l’aratro,
Adesso niente più gas, né filo spinato, né fucili.
Ma qui in questo cimitero è sempre Terra di Nessuno,
Le infinite croci bianche stanno a muta testimonianza
Della cieca indifferenza umana verso il prossimo,
Per un’intera generazione massacrata e abbattuta.

Battevano i tamburi lentamente?
Suonavano piano le cornamuse?
I fucili sparavano mentre ti calavano nella fossa?
I corni cantavano “The Last Post” in coro?
Le cornamuse suonavano “The Flowers o’ the Forest”?

E non posso fare a meno di chiedermi ora, Willie MacBride,
Tutti quelli che giacciono qui sanno perché sono morti?
Ci hai creduto davvero quando ti han detto perché?
Hai creduto davvero che quella sarebbe stata l’ultima guerra?
E la sofferenza, la pena, la gloria e la vergogna,
Uccidere e morire – tutto è stato invano.
Perché, Willie MacBride, tutto quanto è successo di nuovo,
Di nuovo, di nuovo, di nuovo, di nuovo.

Battevano i tamburi lentamente?
Suonavano piano le cornamuse?
I fucili sparavano mentre ti calavano nella fossa?
I corni cantavano “The Last Post” in coro?
Le cornamuse suonavano “The Flowers o’ the Forest”?

Brano di Dropkick Murphys

Oh how do you do, young Willy McBride,
Do you mind if I sit here down by your graveside,
And rest for a while in the warm summer sun,
I’ve been walking all day, and I’m nearly done.
And I see by your gravestone you were only nineteen,
When you joined the great fallen in 1916,
Well I hope you died quick,
And I hope you died clean,
Oh Willy McBride, was is it slow and obscene.
Did they beat the drums slowly,
Did the play the fife lowly,
Did they sound the death march as they lowered you down,
Did the band play the last post and chorus,
Did the pipes play the flowers of the forest.
And did you leave a wife or a sweetheart behind,
In some loyal heart is your memory enshrined,
And though you died back in 1916,
To that loyal heart you’re forever nineteen.
Or are you a stranger without even a name,
Forever enshrined behind some old glass pane,
In an old photograph torn, tattered, and stained,
And faded to yellow in a brown leather frame.
Did they beat the drums slowly,
Did the play the fife lowly,
Did they sound the death march as they lowered you down,
Did the band play the last post and chorus,
Did the pipes play the flowers of the forest.
The sun shining down on these green fields of France,
The warm wind blows gently and the red poppies dance,
The trenches have vanished long under the plow,
No gas, no barbed wire, no guns firing down.
But here in this graveyard that’s still no mans land,
The countless white crosses in mute witness stand,
Till’ man’s blind indifference to his fellow man,
And a whole generation were butchered and damned.
Did they beat the drums slowly,
Did the play the fife lowly,
Did they sound the death march as they lowered you down,
Did the band play the last post and chorus,
Did the pipes play the flowers of the forest.
And I can’t help but wonder oh Willy McBride,
Do all those who lie here know why they died,
Did you really believe them when they told you the cause,
Did you really believe that this war would end wars.
Well the suffering, the sorrow, the glory, the shame,
The killing and dying it was all done in vain,
Oh Willy McBride it all happened again,
and again, and again, and again, and again.
Did they beat the drums slowly,
Did the play the fife lowly,
Did they sound the death march as they lowered you down,
Did the band play the last post and chorus,
Did the pipes play the flowers of the forest.
Fonte: Musixmatch
Compositori: JOHN MCDERMOTT / ERIC BOGLE / BOBBY EDWARDS
Testo di The Green Fields of France (No Man’s Land) © Music Sales Corporation, Eleven East Corporation, Happy As Larry Music Publ. Pty. Ltd., Domino Pub Company Of America, LARRIKIN MUSIC PUBLISHING PTY LTD, HAPPY AS LARRY MUSIC PUBLISHING PTY LTD

Uomini straordinari – Per una galleria di Maestri Ribelli (4)

Jacob Ranza 

“Nel mio sogno, l’Arcangelo Gabriele soffiava dentro una tromba di cristallo” – Jacob Ranza 

Di Jacob Ranza è nota la passione per i racconti delle vite di frontiera che s’intrecciano in storie di passione e di amicizia. Legami che si costruiscono e si nutrono di poche cose nei posti più solitari e sperduti del mondo, dove la solidarietà tra esseri umani diventa essenziale per la sopravvivenza stessa. 

Ci sentiamo di azzardare che in realtà i lavori di Jacob Ranza non siano altro che una sola e lunga storia suddivisa tra le varie opere che seguono un preciso sviluppo cronologico e psicologico. Dagli intensi e memorabili racconti dell’adolescenza inquieta contenuti in “Ho visto volare le oche” si risale alle storie della piena maturità. E in questo viaggio lo spettatore è accompagnato da un costante senso di ritmo interrotto e di mancanza, quasi provando un allontanamento dalla realtà che sulle prime stordisce e colpisce diritto allo stomaco. 

Ma poi è come se la luce attraversasse i nostri corpi indifesi fino a determinarne la salvezza e la speranza. Si arriva quindi alle opere dove l’uomo combatte e lotta per conquistare un posto nella frontiera e nei grandi spazi solitari delle pianure ghiacciate, come in “Tentativi di libertà”, ma anche, per esempio in “Prima dell’avvento”, nei più claustrofobici ambienti borghesi fatti di storie di lavoro e rapporti privati stanchi e incrinati. 

Comprendere nella sua completezza la poetica e il senso filmico di Jacob Ranza presuppone la capacità e la disponibilità nel mettersi in gioco personalmente in modo totale. Anche prendendo per i capelli le parti più recalcitranti di noi stessi per riportarle, con uno sforzo a volte oltre l’umano, verso le altezze della più pura luce della consapevolezza; dove a volte possiamo sentire soffiare il nostro doppio dentro una tromba di luce. 

Poesie del mercoledì: ancora da Primaluce

da: Tornare a casa

……. sulle brune scogliere scoscese di Las Cayes, rigonfio
frangente, il vento salato dell’Atlantico; odo una lingua recedere,
non scritta da te, e le voci dei bambini che leggono
la tua opera in una lingua, ma solo se ne hai avute due.
Dovrei chiedere alle nuvole di fermarsi, per le ombre
una pausa, perché sento la lingua che muore mentre cresce
tutto quanto l’assedia, i gesti cortesi della grazia.
Le mie dita somigliano alle spine, i miei occhi sono bagnati
come foglie di campeccio dopo uno spruzzo di pioggia,
quando il sole e l’acqua lottano per lo stesso luogo
come le due lingue che conosco – una così ricca
nelle sue sottigliezze imperiali, nella sua eco del privilegio,
l’altra come le parole arancioni di un pendio disseccato –
ma il mio amore per loro è vasto quanto l’Atlantico.

In poche righe Il pianto dell’alba. Ultima ombra per il commissario Ricciardi Maurizio de Giovanni

De Giovanni ha lasciato intendere che potrebbe essere l’ultima indagine del commissario Ricciardi tra i delitti della Napoli negli anni ‘30. Ma il dubbio non ci abbandona e l’epilogo del libro lascia aperte altre strade.

Livia viene accusata dell’omicidio del suo amante tedesco ma Ricciardi non è convinto e indaga. Sono coinvolti anche i servizi segreti e la polizia politica del regime.

De Giovanni è un grande scrittore. L’analisi del personaggio Ricciardi, personalità molto complessa, è sempre delineata in modo mirabile sullo sfondo di una Napoli cupa e contraddittoria. La combinazione e l’interazione tra i personaggi e la città è il tratto distintivo dello scrittore. In mano a un grande regista sarebbe un film o una serie imperdibile. E infatti stanno girando una serie. Ho letto tutti i libri di Ricciardi. Il personaggio è davvero ben disegnato, l’ambientazione magnifica.

Amo davvero il modo di scrivere di de Giovanni e la capacità di sviluppare le sue storie sullo sfondo di una Napoli inquietante che fa il pari con le inquietudini di Ricciardi. Però mi sembra che in questo ultimo capitolo ci sia un po’ di stanchezza. Lo stesso scrittore ha detto che Ricciardi forse sparirà, lasciando però il dubbio nei lettori. Ogni tanto nella narrazione sono ricordate le caratteristiche principali dei personaggi anche di contorno e questo mi è sembrato un po’ come mettere qualche riga in più nel libro. La fine è davvero imprevista e non mi è piaciuta. Avrei preferito una fine più netta, quindi per me la saga prima o poi continuerà.  

Poesie del mercoledì

Paul Eluard

Sui miei quaderni di scolaro
Sui miei banchi e sugli alberi
Sulla sabbia e sulla neve
Io scrivo il tuo nome

Su tutte le pagine lette
Su tutte le pagine bianche
Pietra sangue carta cenere
Io scrivo il tuo nome

Sulle dorate immagini
Sulle armi dei guerrieri
Sulla corona dei re
Io scrivo il tuo nome

Sulla giungla e sul deserto
Sui nidi sulle ginestre
Sull’eco della mia infanzia
Io scrivo il tuo nome

Sui prodigi della notte
Sul pane bianco dei giorni
Sulle stagioni promesse
Io scrivo il tuo nome

Su tutti i miei squarci d’azzurro
Sullo stagno sole disfatto
Sul lago luna viva
Io scrivo il tuo nome

Sui campi sull’orizzonte
Sulle ali degli uccelli
Sul mulino delle ombre
Io scrivo il tuo nome

Su ogni soffio d’aurora
Sul mare sulle barche
Sulla montagna demente
Io scrivo il tuo nome

Sulla schiuma delle nuvole
Sui sudori dell’uragano
Sulla pioggia fitta e smorta
Io scrivo il tuo nome

Sulle forme scintillanti
Sulle campane dei colori
Sulla verità fisica
Io scrivo il tuo nome

Sui sentieri ridestati
Sulle strade aperte
Sulle piazze dilaganti
Io scrivo il tuo nome

Sul lume che s’accende
Sul lume che si spegne
Sulle mie case raccolte
Io scrivo il tuo nome

Sul frutto spaccato in due
Dello specchio e della mia stanza
Sul mio letto conchiglia vuota
Io scrivo il tuo nome

Sul mio cane goloso e tenero
Sulle sue orecchie ritte
Sulla sua zampa maldestra
Io scrivo il tuo nome

Sul trampolino della mia porta
Sugli oggetti di famiglia
Sull’onda del fuoco benedetto
Io scrivo il tuo nome

Su ogni carne consentita
Sulla fronte dei miei amici
Su ogni mano che si tende
Io scrivo il tuo nome

Sui vetri degli stupori
Sulle labbra intente
Al di sopra del silenzio
Io scrivo il tuo nome

Su ogni mio infranto rifugio
Su ogni mio crollato faro
Sui muri della mia noia
Io scrivo il tuo nome

Sull’assenza che non desidera
Sulla nuda solitudine
Sui sentieri della morte
Io scrivo il tuo nome

Sul rinnovato vigore
Sullo scomparso pericolo
Sulla speranza senza ricordo
Io scrivo il tuo nome

E per la forza di una parola
Io ricomincio la mia vita
Sono nato per conoscerti
Per nominarti
Libertà.