# partenza n.9

“Il cantastorie appoggiava delicatamente la mano all’orecchio. Solo anni dopo avrei capito la funzione di quel gesto. Quando in piedi in mezzo al cortile cercava la nota e poi cominciava a cantare. Ma non ricordo più quali canzoni. Forse motivi popolari che le persone affacciate alle ringhiere conoscevano bene e ascoltavano volentieri.

In quei tempi non c’erano molte radio nelle case a rendere la vita più dolce. Non potevo immaginare che anni dopo quell’uomo sarebbe stato per me un testimone essenziale del passaggio di due epoche. Lo avrei capito in ritardo, quando mettendo ordine nelle mie storie personali mi accorsi che ne era stato un protagonista inconsapevole.

Viveva in una camera a pianterreno nel cortile accanto dove dormiva e consumava i suoi pasti che qualche signora dal cuore gentile gli preparava. Non aveva famiglia, nessuno nel cortile sapeva da dove venissero lui e il suo accento strano. Imparammo tutti in quel modo il senso del divenire e il senso della storia”.

# partenza n.8

Le ombre giocavano strani scherzi. Credeva di vedere i contorni dei loro movimenti rimandare un significato. “Quanto è opera nostra e quanto invece loro? Il tempo non aiuta, confondendo parole e immagini che restano mute anche se siamo convinti di vedere qualcosa” pensava.

Pescava nelle analogie e nei ricordi per portare a galla qualcosa di già visto. Faceva ricorso ai segnali deboli e li univa in una forza che voleva imporsi. Non bastavano i colori, per la maggior parte solo una traccia non definita. Non bastava un suono, il più misterioso dei misteri quando innescava una catena di successioni l’una nell’altra formando un grumo inestricabile.

Non bastavano i contorni delle ombre per riportare alla coscienza ciò che sembrava ormai definitivamente trasformato nelle cose.

# partenza n.7

Era un dolore persistente, difficile da localizzare, con un andamento sempre identico che riusciva ogni volta a spiazzarlo. Cominciava con una grande confusione in una zona abbastanza ampia.

Rimaneva stabile per un po’ e poi si diffondeva magmatico, non certo doloroso ma fastidioso di sicuro. Nella seconda parte dello spartito si concentrava in una zona precisa, o così gli pareva, una mossa simile a un depistaggio. Come un essere vivo dotato di strategia.

La accarezzava, la premeva quando necessario, sicuro che fosse una vasta infiammazione. Dopo qualche tempo riusciva a localizzarla distintamente lungo un canale prevedibile. Poi aspettava puntuale la sua fine.

# partenza n.6

Scrivere un diario anche se non si ha niente da dire. Gli era allora venuta l’idea di metterci qualche fotografia per riempire gli spazi vuoti lasciati dalle parole, non però paesaggi o ritratti ma qualcosa di inquinato, raccolto casualmente dentro gli archivi che ognuno di noi possiede ma dimentica troppo in fretta.

Non si tratta di un vero possesso, forse proprio del contrario. Qualcosa che emerge, come dice il filosofo, anche con una certa urgenza. E quindi rendersi conto del potere della lista, qualunque cosa fosse capace di fare emergere il necessario proprio in quel momento preciso.

Ma anche il superfluo dell’apparenza nello stesso momento. La sua lista iniziava con le copertine dei dischi lì a portata di mano in ordine alfabetico.

# partenza n.5

Era una sera d’estate con le pietre delle strade bagnate dal temporale ma per quanti sforzi facesse gli sembravano pietre sconosciute. Tutta la città gli era estranea. Pensava a ogni singola cosa come sconosciuta, scriveva ancora parole ma dopo alcuni mesi da quella notte i ricordi sembravano svanire.

Che peccato perdere i propri ricordi! Provava a ripercorrere, secondo dopo secondo, la lunga passeggiata per ripensare ogni discorso con i suoi dettagli. Seguiva i suoi pensieri magici in una città senza storia camminando e aspettando non si sa bene cosa. Si trovò dentro una trattoria a festeggiare l’occasione.

Dopo avere bevuto un po’ più del dovuto, tornando in piena notte provava a mettere da parte le parole necessarie per il giorno dopo quando il filo del discorso si sarebbe interrotto.

# partenza n.4

Se non avesse avuto niente da fare avrebbe anche potuto stare ad aspettare in quella fila insopportabile. Alcune persone erano lì da due ore, lo aveva sentito dire da due uomini di una certa età che chiacchieravano tra di loro solo per fare passare il tempo anche se non avevano niente da dirsi.

Era mezza mattina e non aveva nessuna voglia di stare in quel posto in fila indiana senza neanche poter vedere l’ingresso. Un miraggio da raggiungere lentamente sotto il sole di inizio primavera. Ogni tanto qualche voce dall’interno richiamava la fila come una frustata. Tre fuori, tre dentro, massimo dieci persone.

Calcolò che avrebbe dovuto stare in piedi almeno due ore accostato al muro in mezzo a tutta quella luce e senza parlare con nessuno. Aveva altre cose da fare, non certo urgenti, eppure sentiva di non poter rimandare quei riti diventati ormai essenziali per sopportare senza contraccolpi una situazione inusuale.

# partenza n.3

Sulla statale mancavano i rumori delle auto e dei camion, rumori di motore, di frenate, di porte sbattute, di finestrini abbassati per fare entrare l’aria della sera.

Rumori di passi e di persone camminavano sulle strade per muoversi nei troppi intervalli, seduti in qualche scrivania di un tempo scolorito. C’erano uomini fermi in piedi a fare lavori di fatica costretti all’immobilità, rumori di parole scambiate per passare a un’angoscia minore rimasta in superficie.

Tentavano di entrare con determinazione dentro le orecchie dell’altro e di salire nei corpi col flusso ininterrotto del sangue.

# partenza n.2

Non poteva essere in due posti diversi nello stesso momento. Parlava collegato a un telefono e faceva attenzione a non bagnarlo per non compromettere la trasmissione. Non avrebbe avuto la possibilità di comprarne uno nuovo.

Era in un posto bellissimo circondato dal mare, dalle nuvole, dal vento dell’infinito, ma in quell’infinito mancava qualcosa.

E mentre guardava il mondo colorato di azzurro con quei toni visti così raramente, sentiva la complessità della scelta in tutta la sua enormità.

# partenza n.1

Il giardino cantava i suoi argomenti mentre i fili d’erba si addossavano al muro di confine dove correva una rete consumata di plastica verde. Lui teneva gli occhi fissi sul cemento che si stava sbriciolando, era convinto fosse necessario metterci mano, ma tutta l’attenzione era per la talpa.

Non c’erano dubbi, il prato era pieno di buche. Ogni tanto raccoglieva i sassi espulsi dalla sua attività e li metteva dentro un secchio che appoggiava alla parete posteriore della casa prima di tagliare l’erba. Si chiedeva se scavasse gallerie in tutte le stagioni, ma era un pessimo osservatore. Quando finalmente il muratore aggiustò il muro lui gli portava l’acqua, riempiva il secchio e gli chiedeva di cosa avesse bisogno.

Lo guardava lavorare sotto il sole d’estate mentre andava avanti e indietro con cemento e cazzuola a sistemare i pezzi malridotti. Tempo dopo, quasi alla fine dell’inverno, aveva dovuto affrontare un’altra emergenza facendo abbattere uno dei due alberi di fronte alla casa. Il giardiniere gli disse che anche il tronco dell’altro, quello più alto, era infiltrato e non sarebbe durato a lungo, cinque o sei anni al massimo. Poi avrebbe dovuto essere abbattuto.

I Misteri di Lisbona

film di Raoul Ruiz

Ho trovato quasi per caso questo film nella piattaforma RayPlay sotto la voce “Fuori orario Cose (mai) viste”, che se non sbaglio è la rubrica di RaiTre che trasmette a notte fonda.

Mi sono fatto incuriosire dal titolo perché sono sempre molto interessato alle cose del Portogallo e di Lisbona. Il film, che nella versione a puntate dura più di sei ore, è tratto dal capolavoro ottocentesco di Camilo Castelo Branco, uno dei più importanti scrittori portoghesi.

Film bellissimo, da vedere per la grande prova del regista Ruiz. Si possono trovare molte informazioni sul sito http://www.misteriosdelisboa.com

Riporto inoltre la recensione del film tratto dal sito ondacinema.it

I misteri di Lisbona

di Raoul Ruiz

drammatico | Portogallo/Francia/Brasile (2010)

recensione di Mirko Salvini 9.0/10          

Regista da sempre fuori dagli schemi, il cileno Raul Ruiz alle soglie dei settanta anni ci regala il suo capodopera, un’imponente (dura più di quattro ore) trasposizione del libro di Camilo Castelo Branco, il più importante scrittore portoghese ottocentesco (i cui lavori hanno spesso ispirato anche il maestro Manoel De Oliveira), presentata lo scorso anno con successo a San Sebastian e altri festival, acclamata in Portogallo, dove praticamente ha fatto incetta di tutti i premi a disposizione.

Prodotta dal sempre rimarchevole Paulo Branco, quest’opera, di cui esiste anche una versione televisiva (sei puntate di un’ora ciascuna che farebbero impallidire al confronto tutte le fiction prodotte in Italia), racchiude tutte le caratteristiche dell’autore Ruiz, campione di un cinema caleidoscopico e labirintico che seduce grazie alla forza delle immagini e all’efficacia delle atmosfere evocate. Un po’ Recherche (il cinema di Ruiz è profondamente proustiano e non a caso il suo “Il Tempo Ritrovato” del 1999 resta il più apprezzato fra gli adattamenti del capolavoro letterario novecentesco), un po’ Manoscritto trovato a Saragozza, questo feuilleton raffinato trasporta lo spettatore in una storia (ma sarebbe meglio dire in tante storie) che ha tutti gli ingredienti della letteratura d’appendice: amori contrastati, opposizione ricchi-poveri, fanciulle disperate, orfani infelici, padri e mariti spietati, gentiluomini misteriosi, avventurieri protettivi e giovani donne che si reinventano come “angeli della vendetta”.

A fare la differenza rispetto ad altri “sceneggiati” tradizionali è la struttura a scatole cinesi, con la narrazione principale spesso interrotta per dare spazio a vicende secondarie e la natura sfuggente dei personaggi che nel corso della storia cambiano identità. Qualcuno ha imputato questa natura confusionaria dell’opera ai tagli rispetto alla versione per il piccolo schermo, ma il cinema di Ruiz (che durante le riprese ha avuto anche gravi problemi di salute dai quali nel frattempo si è fortunatamente ristabilito) non ha mai prediletto la linearità e per fortuna non ha perso tale peculiarità neanche per questa avventura in parte anche televisiva; inoltre bisogna ricordare che un certo tipo di letteratura si faceva forte di trame intricatissime che inchiodavano il lettore e probabilmente l’adattamento curato da Carlos Saboga è il modo migliore per dare una forma visiva a questo tipo di storie.

Al centro della trama (ma sarebbe meglio dire delle trame) c’è un ragazzo orfano, Pedro da Silva (Joao Luiz Arrais), che vive in un collegio. Di lui si prende cura Padre Dinis (il carismatico Adriano Luz) un uomo saggio, dal quale Pedro viene a sapere di essere il figlio illegittimo di una nobildonna, la Contessa di Santa Barbara (l’eccellente Maria Joao Bastos, che con la sua metamorfosi da ragazza innamorata piena di speranze a monaca delusa dal mondo, passando per moglie maltrattata, ci fa rimpiangere di non conoscere meglio gli interpreti del cinema lusitano). Per Pedro la gioia di avere ritrovato la mamma è subito sciupata dalla scoperta che la donna vive praticamente reclusa nel suo palazzo, vittima di un marito sadico che la contessa è stata costretta a sposare dal padre, fermamente contrario al fidanzamento con un giovane di nobili natali ma scarse finanze (Pedro è frutto proprio di quest’amore clandestino).

E questo non è che l’inizio, dato che man mano che il racconto prosegue si aggiungono altre storie e diverse figure fanno capolino con nuovi nomi e nuove funzioni, come ad esempio il sicario incaricato di uccidere il protagonista ancora in fasce che nella seconda parte del film riappare nei panni del fascinoso e spregiudicato avventuriero Alberto de Magalhaes (la star televisiva Ricardo Pereira), protettore proprio di Pedro; oppure l’aristocratico nonno che nel prefinale si ripresenta al nipote come un mendicante non vedente.

In questa magmatica opera dove i vari personaggi si spostano fra Portogallo, Francia, Italia, Brasile e Africa coloniale (e attraverso i numerosi flashback oltre che di località ci si sposta anche di periodo), sempre alle prese con problematiche legate alle convenzioni sociali, emerge una chiara e ipocrita disparità di trattamento fra uomini e donne: mentre ai primi è concesso tutto, persino vivere nella promiscuità, le seconde devono subire la mannaia del moralismo. Difficoltà di questo tipo hanno anche le nuove muse del cinema d’autore francese, Léa Seydoux e Clotilde Hesme: la prima interpreta un amore giovanile di Padre Dinis, la seconda invece una bella aristocratica sedotta e abbandonata da Alberto che a sua volta seduce un cresciuto Pedro (José Afonso Pimentel), cercando infruttuosamente di convincerlo ad uccidere il suo protettore. 

Le vicende dei protagonisti si consumano sotto l’occhio attento dei servitori che non smettono mai di origliare e di fare capolino dietro una porta o una finestra. Le loro presenze così insistite possono essere viste come la raffigurazione metaforica del pubblico, ed è proprio un teatro l’immagine simbolo del film o, per meglio dire, un teatrino di figurine, il balocco da cui Pedro non si separa mai e che porterà sempre con sé nei suoi viaggi fino alla fine; ricordo di un’infanzia solitaria ma anche prova evidente dell’istanza autoriale di cui è investito il protagonista, vero e proprio deus ex machina della vicenda, come si capisce dal finale del film, che non a caso richiama quello del capolavoro di Sergio Leone “C’era una volta in America”, altro magnifico film proustiano.

Le performance stilizzate degli attori si addicono perfettamente ai personaggi/burattini manovrati dall’immaginazione di Pedro, mentre la squisita ricostruzione d’epoca creata dalla scenografa Isabel Branco e la fotografia avvolgente di Andre Szankowski contribuiscono a ricreare il miglior palcoscenico possibile e a rendere ancora più straordinario il risultato finale.
28/07/2011

fonte: http://www.ondacinema.it/film/recensione/misteri_lisbona.html