Il sentiero degli Zucchi (un esperimento in Grigna)

C’è sempre qualcosa che sfugge, anche se non lo stai cercando. E’ lì, nei dintorni, nei dettagli, nelle albe, nella fatica, nel flusso che passa in salita.

Ci deve essere da qualche parte. Non è scontato che un segnale sia uguale a un altro. Da qui parte un sentiero, più in su ne parte un altro. Presto si ricongiungeranno, un po’ più in su. Ma sei sicuro?

E se non si ricongiungessero mai cosa potremmo fare? Forse inventarci un altro domani. O forse provare a girare per la montagna cercando i frammenti del passato.

Da qui in poi il ritmo ritorna, i passi riconoscono le differenze, il respiro trova la sua strada che sembrava perduta.

Chissà dove sono i segnali, chissà se rivedrò questa terra che ora sto calpestando.

Il diavolo e lo specchio

“Sono davanti allo specchio e continuo a guardarmi. Non faccio niente per nascondermi. Ogni volta che ci passo davanti mi fermo per fissarmi bene in mente a chi appartiene quel corpo. Alzo la maglia, mi metto di fronte e mi guardo con attenzione. Poi mi giro di profilo e controllo se l’immagine corrisponde all’idea che mi sono fatto. Peccato non possa farlo anche di schiena, sarebbe interessante vedere anche il lato nascosto. Anche la luna, se non ricordo male, ha un lato che non si vede mai, qualcuno ci deve avere fatto una canzone, ma io non faccio caso a queste cose.

Non mi interessa sapere cosa succede fuori di me. Ogni tanto sto zitto perché non mi sembra ci sia molto da dire, ogni tanto invece mi sembra educato rispondere allo specchio. Si, ogni tanto mi piace dialogare con la mia immagine, anche se molte volte mi incazzo e finisce che mi metto a gridare. Fortunatamente abito in una casa singola e nessuno mi sente, tranne forse quando ho un po’ bevuto e allora perdo davvero il controllo di quello che dico. Ma tanto non mi interessa niente di quello che dice la gente. Io li odio, non li sopporto, sempre pronti a giudicare e a prendermi per il culo. Anche al lavoro è la stessa cosa, sempre pronti a mettere il naso in quello che faccio. E anche in piazza è la stessa cosa. Odio tutti! Non sopporto nessuno, tutti mi vogliono male. Trovo pace solo davanti a questo specchio proprio vicino alla porta di casa. E’ un bel vantaggio, ogni volta che entro o esco posso stare in piedi a guardare dentro la mia anima. E molto volte mi fermo a contemplare e mi dimentico perfino di uscire. Mi riconosco finalmente, posso parlare con qualcuno che mi capisce, posso stare lì in piedi, senza nessuno che mi giudichi per quello che faccio o non faccio, per quello che dico o non dico.

Con il passare degli anni ho imparato a vedere sempre più chiaramente e ad apprezzare la voce che esce dallo specchio. Mi dice sempre che il mondo è pieno di persone cattive che non meritano di vivere. Forse neanch’io merito di vivere, io sono cattivo, non sono quel figlio bravo e gentile che mia madre mi ha sempre detto. E neanche quella persona buona e corretta come pensa mio padre. Io sono sfortunato. Purtroppo alla mia età non sono ancora milionario, devo andare tutti i giorni a lavorare per farmi sfruttare e guadagnare uno stipendio da fame. Ne parlo spesso con la mia immagine allo specchio e lei mi dà ragione. Sì, è vero, qualcuno che mi capisce esiste e si prende cura di me, delle mie angosce, dei miei dubbi. Io non sogno mai, ogni notte faccio incubi tremendi e quando mi sveglio provo paura di quello che ho visto. Alcune volte ho paura di quella figura nello specchio, soprattutto quando tenta di uscire fuori e di prendere il controllo del mio corpo. E’ vero che andiamo d’accordo, ma non capisco bene cosa succede in quei momenti.

Ho provato a parlare con i medici ma anche loro mi prendono per il culo. Io non so perché tutti ce l’abbiano su con me. Ma io non dimentico. Pagheranno caro per quello che mi hanno fatto. Alcune volte per calmarmi mi metto davanti allo specchio e mi guardo, immagino come sarebbe se avessi davanti proprio in quel momento le persone che odio. Tanto prima o poi la pagheranno cara. E poi canto, a squarciagola non solo davanti allo specchio ma anche nella vasca da bagno, magari in piena notte. Sono canzoni di guerra, inni delle curve. Voglio vivere di violenza, ecco quello che dico a mio fratello nello specchio, vivere di risse, di droga, di alcol. Tanto a me non mi prendono. Io sono intoccabile, io sono furbo, io posso fare qualunque cosa e nessuno può farmi niente. Io sono sopra la legge, quel coglione di mio padre non lo ha ancora capito. Mio padre non capisce davvero un cazzo! Vedo che ogni tanto si mette lì a confabulare con mia madre. Credo parlino di me e dei miei comportamenti. Credo non capiscano, certo non lo possono fare come invece mi capisce lo specchio. Ma poi, cosa dovrebbero capire?

Che io sono il diavolo, per esempio. E se voglio mi faccio un tatuaggio che parte dalla testa e va fino all’inguine. IO SONO IL DIAVOLO! E prima o poi me lo farò incidere sul petto e così tutti dovranno avere paura di me. Io sono cattivo, lo dico sempre allo specchio e anche lui è d’accordo. Lo dico anche ai miei genitori. Ci sono giorni in cui sono stanco e non capisco più chi sono. E’ vero, mi metto davanti allo specchio ma è come se avessi perso la consapevolezza di chi sono veramente. Ma è poi così importante sapere chi sono? A me basta essere qui davanti allo specchio a cercare la mia anima. L’altra notte per esempio non lasciavo dormire mio padre, andavo avanti e indietro sulle scale e facevo casino. Sbattevo le porte, ascoltavo le canzoni, mi rialzavo e andavo di sotto a gridargli che presto sarei partito e che lui non poteva fare niente. A un certo punto, dopo averlo sfinito, l’ho aspettato fuori dalla porta del bagno e l’ho fissato con quel mio modo che solo io e lo specchio sappiamo. E ho visto il terrore nei suoi occhi. Ho visto la sua paura. Ma anche la mia.

Poi sono andato di sotto davanti allo specchio e ci siamo fatti una risata.”

Poesie del mercoledì

Ricorda corpo, Costantino Kavafis

Ricorda non solo quanto fosti amato, corpo, non solo i letti sopra cui giacesti, ma anche quei desideri che per te brillavano negli occhi apertamente, tremavano nella voce – resi vani da qualche impedimento casuale. Ora che tutto è parte del passato, è come se ti fossi concesso anche a quei desideri – ricordali brillare negli occhi volti verso te, tremare nella voce, per te, ricorda, corpo.

85 metri da nord a sud, 97 metri da est a ovest

Potrebbe essere, seppur parziale, una specie di matematica della memoria. O del ricordo, come meglio si vuole.

Un ricordo che ormai non ricorda più nessuno perchè le persone che potrebbero farlo sono sempre meno. Sono passati gli anni e non è rimasto più niente. Era un grande edificio di ferro di 8.000 metri quadrati che ebbe origine il 23 novembre 1775 con un decreto di donazione alla città da parte del re. Un famoso marchese dell’epoca, eminente figura di snodo della storia della nazione, trovò una sistemazione adeguata per risolvere l’annoso problema della mancanza di uno spazio per i mercanti. E’ possibile datarne la fine nel 1947 quando è stato scritto “il destino fu segnato il 16 gennaio 1947 quando il sindaco della città fece approvare la demolizione dell’edificio”. La demolizione vera e priopria fu eseguita però nel 1949. Un giornale della capitale scrisse che era finita nel titolo di un suo articolo del 31 maggio di quell’anno. Nel mese di giugno le strutture metalliche furono vendute all’asta a un rigattiere dell’altra città più grande del paese.

L’edificio dunque era stato costruito in una grande piazza nel centro della città per concentrare in unico meracato i venditori ambulanti sparsi per tutte le vie. Nella piazza esisteva già un mercato e quindi non era una novità dopo che il terremoto del 1755 aveva distrutto la città.

La piazza aveva un nome ma tempo dopo ne prese un altro quando fu scavato un pozzo dove c’era un albero di fico. E proprio dal fico deriva il nome attuale. Lo spazio venne migliorato nel corso degli anni tanto che nel 1883 la prima costruzione venne smantellata e rifatta di nuovo con una inaugurazione in pompa magna alla presenza della famiglia reale.

Quindi, da quella data fino alla fine, la piazza fu uno dei centri vitali della città, con un traffico in aumento soprattutto nei giorni di festa attraendo, dice una cronaca dell’epoca, “un’immensa moltitudine di gente tra canti e balli”.

Ma poi tutto, o quasi tutto, finisce. Oggi non rimane niente di quel tempo se non la statua equestre del re che aveva donato il terreno, collocata nel 1971 e un dipinto su una parete che raffigura il mercato centrale di un tempo.

I protagonisti della storia sono:

la città: Lisbona

Il re: João I

La piazza: Praça da Figueira (traduzione “fico”, già Praça da Erva)

Il marchese: il marchese di Pombal

L’altra città del Portogallo (quella del rigattiere): Porto

Fonte: Diaro de Noticias, quotidiano portoghese

Della pace e della sua ricerca

“Non trovo pace.

Ho sentito così tante volte questa frase che ormai mi ci sono abituato.

Ma la pace non è qualcosa che si acquista. Non so neanche cosa sia la pace. Forse l’ho provata un tempo, ma è un tempo che ormai è sfuggito. Forse è solo un’illusione, una delle tante che nascono e muoiono mentre camminiamo eretti.

Non trovo pace.

Nella mia testa non trovo pace. I pensieri scappano via a una velocità eccessiva e io non riesco a trattenerli. Forse è per quello che non riuscendo a bloccarli non trovo pace.

Vorrei poterli fermare per accarezzarli, per diventarne loro amico, per abituarmi a loro, per cercarne il ritmo, per fare la loro conoscenza come accade con gli amici o anche con gli incontri occasionali.

Per quanti sforzi io abbia fatto e per quanti tentativi io farò non sono ancora riuscito a capire come fermarli.

Sono confuso. Non so se sono io che non trovo pace o se qualcuno mette con grande astuzia queste parole nella mia mente. Non so se sia io ad averle pronunciate con ostinazione o se le abbia sentite più e più volte in qualche posto.

Non trovo pace.

Sono solo. Sono solo. Sono solo. Nessuno mi dà una mano, ho dovuto sempre fare tutto da solo. Vedo un mondo nitido dai contorni definiti. Nessuno può dire di me che io sia confuso. Io sono invece forte e invincibile. Ma non trovo pace.

Non trovo pace”.

Un vecchio

Interno rumoroso di un caffè. Curvo su un tavolo, siede un vecchio; ha davanti un giornale, è tutto solo.

Nell’avvilente, misera vecchiaia pensa a quanto poco godè negli anni in cui aveva forza, bellezza ed eloquenza.

Lo sa, l’avverte, è invecchiato molto. Ma il tempo ch’era giovane gli sembra ieri. Che periodo breve, che periodo breve.

E pensa come l’ha ingannato la Prudenza, e come se ne fidava sempre – che follia! – “Domani. Hai molto tempo”, diceva la bugiarda.

Ricorda gli slanci tenuti a freno; e tutta la gioia sacrificata. L’insensata prudenza ora sbeffeggia le occasioni perse.

… Ma a furia di riflettere e rievocare è frastornato il vecchio. E si addormenta appoggiato al tavolino del caffè.

(Costantino Kavafis)

Itaca

Sempre devi avere in mente Itaca – 
raggiungerla sia il pensiero costante. 
Soprattutto, non affrettare il viaggio; 
fa che duri a lungo, per anni, e che da vecchio 
metta piede sull’isola, tu, ricco 
dei tesori accumulati per strada 
senza aspettarti ricchezze da Itaca. 
Itaca ti ha dato il bel viaggio, 
senza di lei mai ti saresti messo 
sulla strada: che cos’altro ti aspetti?

E se la trovi povera, non per questo Itaca ti avrà deluso. 
Fatto ormai savio, con tutta la tua esperienza addosso 
già tu avrai capito ciò che Itaca vuole significare.

(Costantino Kavafis)

Breve storia felice dell’unico uomo seppellito sulla Luna

Breve storia di Eugene Shoemaker, l’unico essere umano seppellito sulla Luna.

Eugene Merle Shoemaker (o Gene Shoemaker) (Los Angeles, 28 aprile1928Alice Springs, 18 luglio1997) è stato un geologo statunitense. Fu uno dei fondatori del campo delle scienze planetarie ed è conosciuto soprattutto per aver scoperto la Cometa Shoemaker-Levy 9 assieme alla moglie Carolyn S. Shoemaker e a David Levy. da https://it.wikipedia.org/wiki

In questi tempi di chiusure non solo culturali ma anche di spazi e di prospettive in cui i nazionalismi rialzano la cresta per difendersi non si sa da che cosa, sapere che da qualche parte sulla Luna ci sono parte delle ceneri di un essere umano apre il cuore.

A me pare una grande contaminazione! Altro che paura delle migrazioni, altro che muri per proteggere le frontiere, altro che paure di sangue meticcio. La vita si sviluppa proprio per questi continui travasi tra popolazioni, altro che storie! Stare chiusi serrando per bene le porte della baracca contro le infiltrazioni esterne, oltre che inutile, oltre che anti storico, oltre che innaturale, è uno sforzo inutile.

Noi viviamo della nostra dinamica, cresciamo e ci miglioriamo nella nostra capacità di cambiare, di inseguire i nostri sogni, di non fermarci alla prima stazione. Non abbiamo scelta. Se vogliamo sopravvivere dobbiamo essere migranti, scoprire nuovi mondi e nuove terre, imparare nuovi linguaggi, nuove forme, nuove possibilità che prima non sapevamo. Dobbiamo uscire dal nostro stato di ignoranza. Solo così possiamo evadere dal chiuso della nostra caverna. Perchè fuori non ci sono solo pericoli ma si aprono le possibilità della vita. Di una vita che vale la pena di essere respirata, scambiata, sentita.

Cosa ha fatto Shoemaker? Secondo l’orda dei conservatori poco illuminati, a onor del vero di stretta attualità sul pianeta, potrei dire che ha sprecato il suo tempo studiando prima i crateri da impatto e quindi i corpi che li producono come le comete. Vista nella prospettiva mi-spezzo-ma-non-mi-piego dei nazionalisti sovranisti di oggi una grande perdita di tempo! Meglio concentrarsi su qualche rivoluzionario metodo per estrarre l’oro dalle barbabietole. Utile per il popolo osannante delle spiagge e delle discoteche.

Purtroppo il genere umano ha sempre avuto la tendenza a sognare per spingersi oltre gli stretti confini della caverna. Shoemaker era evidentemente uno di quelli. A cui non bastava il chiuso di un ufficio ma voleva l’infinito della realtà. E quindi divenne anche un divulgatore scientifico molto popolare, dicono anche per la sue grandi capacità comunicative. Aveva sempre espresso il desiderio di andare sulla Luna. Chi meglio di lui!

Alcuni anni dopo la sua morte, una parte delle sue ceneri furono inviate verso il nostro satellite con la sonda Lunar Prospector. E così, nel sud del nostro satellite, ci sono parte delle ceneri di Eugene Merle Shoemaker. Unico uomo (finora) ad essere seppellito sulla Luna. Riposi In Pace.