# partenza n.71

Si sposta dall’altra parte sulla sedia e guarda il lato opposto. Dalle finestre può vedere un altro spicchio di paese, prima il giardino di sotto, più in alto anche gli alberi potati di fresco e quello che una volta era l’orto rigoglioso.

Poi tutta la casa, in particolare l’uscita posteriore con la pavimentazione che forma lo spazio di manovra. C’è un altro confine, una siepe ha ricoperto la rete di recinzione, un altro tetto, altre finestre. Non si sentono i suoni forse perché piove e nessuno cammina per strada. Più in là un pezzo di via dove prima c’era un passaggio di biciclette.

Non molto altro, così il quadro si completa. Si uniscono le immagini dell’ovest con quelle di nord-est. In questo modo ha una migliore visione delle cose.

# partenza n.70

Gli sembrava di avere scoperto il rumore, anche quello più neutrale che entrava in conflitto con il suo stato. Avrebbe voluto una notte di silenzio ma sapeva che non era possibile, la minima vibrazione lo faceva tornare nel tormento.

Senza fine, senza tacere batteva il lamento e la preghiera. Un po’ di sospensione, di mancanza di attrito, una viltà diventata colpa, una macchia contro lo sporco. Dopo il respiro riprendeva il dettaglio del tempo di cui aveva bisogno.

Intravedeva ma non riusciva a raggiungere. Ancora una volta si trascinava chiedendo alla luce di togliere ogni appiglio. E poi finalmente camminava con tutto il suo peso addosso.

# partenza n.69

Si compone senza dipendere da nessuno e con discrezione spezzando le frasi e scegliendo i tempi. Poi si diventa liberi facendo attenzione a non inciampare nei tranelli che si nascondono sulla strada.

La libertà rimane un’utopia essenziale sempre sfuggente che si muove dentro una cornice di cristallo. Fingiamo di conoscerla bene ma diventa un’ossessione quando il respiro comincia a mancare e poi si riposa succhiando la sua intera dimensione nella stanchezza. Striscia e si confonde tra i rumori delle scarpe che pestano il suono dell’insopportabile.

Si allunga senza tregua, finisce dentro gli occhi nella sospensione del vedere. Diventa plurale e cambia di genere ma solo all’ultimo ancora e sempre. 

# partenza n.68

Ho bisogno di variazioni. Forse estreme, forse di base. Non lo so ancora, sto cercando la soluzione migliore. Scrivo questa parola e cerco sul dizionario il suo contrario che è come dire quello che è stato fino a ora.

Ci si abitua lasciandosi andare dentro la protezione di qualcosa d’altro. Facile sapere cosa sarebbe meglio ma purtroppo non ci sono ancora arrivato. E poi non è detto che le variazioni siano per forza migliori del suo contrario.

Dipende dalla dimensione, dalla forza, dalla variabilità attorno a un punto per diventare una norma di qualità. E qui si chiude il cerchio. Ma non so ancora cosa sia meglio.

# partenza n.67

Durante la pausa estiva della lezioni aveva trovato un lavoro di mezza giornata in un ingrosso di dolciumi. Era rimasto colpito dalla grande pulizia sia degli uffici che del magazzino. Forse era per il tipo di merce, aveva pensato da principio. Non c’era traccia di polvere neanche sul pavimento, l’ambiente somigliava più a una sala chirurgica sterile che a un luogo di lavoro.

Ordine assoluto, controllo perfetto, ogni cosa al suo posto sempre a portata di mano. Una precisione imbarazzante. Mai un cartone fuori dagli scaffali, un pezzo di nastro adesivo dimenticato sul pavimento caduto magari per sbaglio aprendo un pacco. Niente. Il magazziniere sapeva a memoria non solo la disposizione delle merci ma conosceva perfino gli ingredienti dei prodotti, oltre ai prezzi, le quantità, la storia delle entrate e delle uscite.

Ogni cosa. Quando il proprietario arrivava in ufficio apriva la valigetta di pelle ed estraeva le uniche cose contenute, una saponetta nuova ancora nella sua confezione e un asciugamano perfettamente stirato di fresco.

# partenza n.66

Sempre buona la prima. Dicono scrivesse di getto. I suoi romanzi sono innumerevoli. Forse è questa la ragione. A giudicare dai risultati aveva raggiunto la perfezione. Mi ci riconosco. No, io non scrivo. Dicevo così solo per dire che è bello riconoscersi in qualcuno che ha combinato qualcosa di buono.

Io, quando posso, mi limito a scoprire le qualità di qualcuno scegliendo tra le tante disponibili e immaginando di saperle utilizzare. Ma le opzioni si moltiplicano e bisogna restringere il campo. E’ un gioco che si può fare concentrandosi però su una alla volta.

Ognuno è fatto a modo suo o così crede il processo logico del pensare. No, io non scrivo. Ma se fossi capace mi piacerebbe farlo così. Buona la prima.

# partenza n.65

Le poltrone di panno rosso vanno in leggera discesa con una bella atmosfera. Passano i minuti e la sala si riempie. Qualcuno ha l’abitudine di arrivare in anticipo, qualcuno invece infila la testa nei tendoni proprio all’ultimo quando gli attori entrano in palcoscenico con quel caratteristico rumore frusciante dei passi sul legno.

E’ bello arrivare in anticipo e godere della trasformazione della sala da vuota a piena, dal silenzio al brusio che sale di tono fino a quando le luci diventano intermittenti e avvertono che qualcosa sta per accadere. Allora le voci si abbassano e spariscono ingoiate dalle gole che tossiscono.

Diventa quasi buio, tutti aspettano che avvenga il solito rito. Ma questa volta un attore passa tra le file con una padella piena di chicchi di caffè. Il suo sapore si spande nella sala e predispone alla gioia.

# partenza n.64

Era tutto come sempre, con il tratto di banchina senza tettoia e il sole dell’estate che non dava tregua. Quando però un treno si fermava di fronte al binario faceva da schermo con grande sollievo per tutti, anche se durava solo per il breve tempo della sosta. Nessuno poteva fare a meno di stare ad aspettare anche se l’unico spazio all’ombra era sempre occupato.

Molti fumavano come prova evidente che gli amanti del tabacco erano in aumento dopo anni di decrescita. Anche se all’aperto il fumo ristagnava in una nuvola sgradevole quasi a reclamare la propria potenza. Ogni cosa sembrava immobile, ogni sguardo identico a quello del giorno prima. E così anche il ritardo.

A destra e a sinistra qualcuno parlava a bassa voce. Altri invece piegavano la testa aspettando l’arrivo. Solo quando sentiva il rumore della locomotiva la folla si distribuiva in fretta lungo tutta la lunghezza della banchina cercando di entrare nel posto più fresco della carrozza.

# partenza n.63

Non si possono escludere le pause necessarie. Sono decise unilateralmente e ricercate, in un certo senso programmate. E’ una questione ancora dibattuta e come molte altre di una certa importanza divide due nette fazioni, senza spazio per un incontro diplomatico.

Una parte minoritaria sostiene e tende a credere alle pause come parte attiva per occupare gli spazi necessari. Spazi minuscoli in realtà che sfuggono all’osservazione. Sembra accada spesso, sostengono. L’altra invece sempre attenta ai grandi avvenimenti non fa attenzione alle cose minori che spesso si rivelano però di importanza capitale.

Meglio fermarsi oppure proseguire senza sosta fino dove non è ben chiaro? Domanda inutile. Ma ce ne sono così tante che una più una meno non se ne accorge nessuno. Ammettiamolo, facciamo solo finta di sapere che nulla sarà come prima.

# partenza n.62

Gli sembrava di ragionare sulle parole. Rifletteva con quelle che uscivano per entrare nei dettagli con spirito di indagine. Dopo molte opzioni scartate e viaggi di circostanza si presentava con il catalogo dei prodotti e con le loro caratteristiche, il cartellino del prezzo penzolante da un lato ma in bella evidenza.

Prendeva la più adatta, la estraeva con gesto sicuro e la abbracciava. Il gioco era fatto, l’illusione di avere tutto sotto controllo gli indicava scelte sicure, lo schema sembrava perfetto e a prova di contraddizione.

Ma poi gli errori scoppiavano per davvero lasciando detriti amplificati dalle certezze. Rifletteva su un punto di passaggio e aspettava che all’improvviso si aprisse.