# partenza n.58

Uno al giorno, uno al giorno, uno al giorno. Continuava in questo modo a non fermarsi. Ma sempre uno al giorno. Compiti da portare a termine, idee da stirare e mettere in bella evidenza, determinazioni da soppesare con attenzione in tutta la loro superficie scelte per continuare a sopportare la grandine che non si sapeva bene da dove venisse.

Lezioni da mettere in un luogo sicuro ma raggiungibili nel momento del bisogno insieme alle domande che si moltiplicavano permettendo di indovinarne i contorni anche nelle giornate di estrema stanchezza.

Ripetizioni necessarie, a volte stucchevoli, a prima vista prive di franchezza. E ancora l’apertura sopra il limite sembrava invalicabile, seppure unica.

# partenza n.57

Avrebbe potuto stare immobile per sentire il respiro premuto sulle cellule del corpo emettere suoni di gioia e di emergenza. Con una colonna sonora alta e potente dietro il senso di umanità lasciato ad afferrare ogni appiglio senza confondere le sue parole con quelle degli altri o mischiare la volontà dei momenti necessari con la velocità superflua.

Era troppo facile astenersi, coltivare l’eccesso, dimenticare ciò che andava ricordato. Ricordava tutto quello che voleva dimenticare. Oltre al respiro poteva definire la concentrazione come la capacità di scrivere su un foglio giallo seduto sulla panchina di una sala d’aspetto ma sempre seguendo la curva del respiro per non farsi cogliere impreparato.

Nominava tutto quello che aveva fatto e lo inseguiva forse per riprenderlo nel suo modo primitivo di conoscere le cose.

# partenza n.56

Si era buttato giù da una discesa e non mostrava segni di indecisione. Si fermava esplorando i cancelli, li apriva con regolare applicazione e con ferma dedizione. Alcune volte entrava, altre invece si limitava a esplorare i dintorni e tutti quei dettagli che messi assieme fanno un contesto.

Sentiva il fischio nella testa che lo attraversava da un orecchio all’altro. Avesse avuto uno schermo adatto avrebbe anche potuto vedere le onde con le sue gobbe disperdersi e rincorrere il margine per poi riunirsi di nuovo. Ma non c’era niente del genere nei dintorni e le ricerche sarebbero state inutili. Picchiava le mani sulle cosce e seguiva per quanto possibile la sezione ritmica e le sue figure.

Altre volte la stanchezza lo opprimeva nella discesa ma aveva compagnia e non si sentiva solo. Raccoglieva le esistenze precedenti con attenzione, ne faceva un mazzo di colori in fogge sempre diverse.

# partenza n.55

Sentiva di poter riempire le pagine con i versi di tutte le canzoni che aveva imparato a memoria. Era arrivato il tempo di mettersi comodo a ripassare con grande pazienza l’arte del collage. Una sforbiciata delicata, un tocco di evidenziatore, un appunto sul margine.

Nel frattempo avrebbe potuto sentire i suoni della playlist rinfrescare l’aria della stanza, quasi che fare due cose nello stesso momento lo avrebbe reso più forte. Ma poi prevaleva lo spirito della sua voce e con due parole vedeva l’inizio di una parabola discendente perdersi in un buco nero.

Poteva scorgere tutto da sotto gli occhi mentre intorno cambiavano i modi. Prendeva una forbice dal tavolo e sceglieva un’altra fine delle cose.

# partenza n.54

La prima volta è stata quando da lassù si vedeva tutta la pianura. Quando il vento si sbarazzava di ogni ostacolo e rendeva la vista così potente da distinguere ogni luce anche minuscola a chilometri di distanza. Un fatto inusuale da cogliere al volo per fissare negli occhi la visione.

Non ricordava se la fortuna lo avesse aiutato a vedere anche una seconda volta. Forse più in basso e in un luogo diverso dove le luci accese all’interno di una casa proiettavano le ombre nel giardino con tutti i loro movimenti.

Ricordava che uscirono quasi accaldati senza rendersi conto di quell’inflazione di luci. Si guardarono intorno vestendosi. Verso il basso potevano distinguere con un piccolo margine di errore ogni particolare. Erano lì per imparare a riconoscere i dettagli del tempo che sembrava ancora vivo.

# partenza n.53

Si svegliava di soprassalto inseguito dai fantasmi. Succedeva ogni tanto, alcune circostanze lo imponevano insieme a una specie di febbre e a un senso improvviso di abbandono affiancato da un rumore interminabile.

Un vento abituale e improvviso agitava gli alberi in modo violento con le chiome che ballavano avanti e indietro all’infinito. Qualcosa rimaneva attaccato al corpo e sembrava succhiare l’energia contro l’evidenza della chimica.

Il suo agire scavava tra le parti e il dolore poi non lo abbandonava per lungo tempo. Faceva parte delle cose che potevano accadere e si mischiavano per rendere necessaria l’opera di precisione che separava la verità dall’immaginazione. Ma non sempre era capace di distinguerle.

# partenza n.52

Eccoli lì in un piccolo fossato proprio dietro casa. Erano tempi favorevoli, ci si poteva ancora fare il bagno, l’inquinamento non era ancora arrivato. Quando il caldo si espandeva nella pianura, si soffocava.

Spesso al mattino una specie di condensa sembrava nebbia. Un caldo così umido che oltre gli alberi sugli argini dei fossi sembrava di vedere una distesa d’acqua. Ma invece era solo illusione.

Anche loro erano pieni di illusioni, le coltivavano fin da bambini. Forse per il clima che li costringeva a immaginare un mondo oltre la nebbia. S’illudevano, mentre mostravano le dita della mano aperta su un ceppo.

# partenza n.51

Il sogno è sempre quello, non potrebbe essere altro. Troppo poco avere solo un sogno o meglio averne qualcuno di scorta?

La risposta non può essere affidata alla matematica, non perché sia il presupposto sbagliato, ma così, perché succede. Contro la fortuna avversa c’è una sola difesa, uno spiraglio per rompere l’incantesimo.

Via uno sotto un altro, senza tregua si riaprono gli spazi del sogno. Sempre identico, sempre quello, la pressione intermittente dipende dalla sua comparsa. Molte domande non si possono mettere in fila nonostante le deviazioni rimangano costanti. Uno e uno solo.

# partenza n.50

Di cosa parlavano alla fine? Di quattro parole sempre in movimento attorno a loro stesse. Neanche tanto originali. Non fare caso a quella deflazione, non era questione di incapacità ma di connivenza.

In pochi avevano interesse a guardarci dentro. Meglio rimestare nel secchio torbido e lasciare alla ripetizione la sua propria funzione. Il ritmo e la freschezza producevano a malapena un’idea ma neanche la forza di un imperativo.

Diventava altro, si trasformava in un’industria regolata dalle leggi del commercio. Parlavano davvero di quattro parole che cercavano di arrivare alla fine della pagina vestendosi in altro modo?

# partenza n.49

Voltato di schiena agitava le dita sui tasti e si confondeva mentre tutto diventava una figura senza differenze. Non solo i toni ma perfino i colori sembravano dividersi quando le dita correvano su e giù senza fermarsi di fronte agli ostacoli.

Si guardava attorno per rendersi conto se accadeva solo a lui e se gli altri ne fossero consapevoli. Non poteva dirlo di preciso ma sembrava che non fosse il solo. C’era un terreno comune, una condivisione sotto gli occhi, senza parlare degli altri organi.

Ognuno elaborava il proprio gusto e la propria sensibilità. Ricordava poche parole e riusciva così a seguire meglio la scia di meraviglia da corpo a corpo senza mai interrompersi mentre il suono usciva dai pori.