Quando un grande matematico parla di utopia ed economia (e della necessità della fantasia). Bruno De Finetti.

A cosa serve un classico? A me serve per provare a capire elementi complessi, a scoprire nuove relazioni tra cose, concetti, fenomeni che non sarei mai riuscito da solo a vedere.

Quando si legge un libro ci si imbatte continuamente nella citazione di altri autori. Molte volte il rimando è affidato a delle note a piè pagina, alla fine del capitolo o in coda al libro. Alcune volte si approfondiscono subito, altre invece si lasciano passare per un futuro approfondimento.

Quando invece la citazione è inserita proprio lì nel mezzo della pagina è impossibile non seguirla. E’ quanto mi è sucesso leggendo “L’ultima lezione”, la storia di Federico Caffè di Ermanno Rea, libro del 1992 recentemente ristampato (per fortuna, lo inseguivo da anni!).

Nel corso di un’intervista, il professor Caffè parla dell’utopia e per meglio far capire il proprio pensiero legge al giornalista un passo tratto dal saggio di Bruno De Finetti L’utopia come presupposto necessario per ogni impostazione significativa della scienza economica, nel quale il grande matematico si chiede cosa sia un’utopia. Riporto il brano:

“Può essere una semplice fantasticheria riguardante un modo di essere e di funzionare del mondo secondo i desideri di ciascuno; in tal caso essa può al più valere come spunto, come spinta, come miraggio. Ma il fatto di essere frutto della fantasia non deve essere considerato come motivo di condanna: tutte le cose nuove e utili (o anche no), tutte le scoperte, tutto il progresso, sono frutto innanzi tutto della fantasia. Occorre anche l’analisi, lo studio, la sistemazione logica per conrollare, correggere, precisare, sviluppare, realizzare ciò che la fantasia aveva prospettato soltanto in nuce; ma ciò viene dopo. Certo, un’utopia può (nel senso iniziale ora menzionato) esserte del tutto irrealizzabile o inutile, ma (a meno che non consista nel desiderare che tutti i beni piovano dal cielo come la manna) ci vuol prudenza nel rigettare qualcosa come irrealizzabile. Tutto il progresso della scienza lo dimostra ad abundantiam, eppure nessuno è abbastanza aperto spreguidicato fiducioso da considerare possibili le cose che gli diventeranno ovvie nel decennio sucessivo (e non parlo dei secoli successivi). Forse neppure Verne riteneva sul serio di descrivere cose destinarte a divernire rteali pochi decenni più tardi. L’impostazione utopistica della scienza economica consiste proprio nell’esaminare la possibilità di funzionamento effettivo di sistemi immaginati come schemi mentali utopistici?”

Concludeva Caffè: “Credo che tanto basti perchè tu convenga con me che l’utopia non è altro che l’affermazione di una civiltà possibile contro le strettoie del presente.”

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