Le stazioni di Marcel Proust

Voghera, Stazione al tramonto

L’inizo della Recherce di Proust comicia pressapoco così: “Per lungo tempo mi sono coricato di buonora….”

Io potrei dire che per lungo tempo ho frequentato molte stazioni ferroviarie, sia di buonora che di tardo pomeriggio. Mai di sera, perchè durante la mia lunga carriera lavorativa ho sempre seguito il precetto proustiano.

Ci sono stazioni e stazioni, cioè le stazioni non sono tutte uguali. E’ una di quelle cose fondamentali che ho imparato. Per lungo tempo credevo che una stazione fosse un luogo con dei binari dove arrivassero e partissero dei treni, dove ci fossero più o meno dei servizi collaterali come la biglietteria (vedremo che non è vero), una edicola, un bar e magari anche dei servizi igienici. Sono stato in buona compagnia a crederlo e di sicuro ancora oggi molti la pensano ancora così.

Per fare un passo avanti verso la consapevolezza (è un termine che compare sempre più spesso in questo blog e comincia a darmi qualche preoccupazione) che le stazioni NON sono tutte uguali bisogna di sicuro leggere qualche libro di filosofia. Capiamoci bene: non è necessario né leggere Hegel in tedesco né capire più di tanto cosa si legge. Serve però ad attivare il pensiero critico, dote essenziale per entrare in piena sintonia nel magico mondo delle stazioni ferroviarie. Forse la sola categoria esentata da questa fatica è quella degli ingegneri, categoria dello spirito della quale ho il massimo rispetto, ma che non brillano per capacità di estranazione ed elevazione dal contesto dato, diciamo così (quella della estraniazione ed elevazione me la segno perchè non è male).

Facciamo un esempio:

Casaletto Vaprio, Stazione Centrale
Milano, Stazione Centrale

Guardate attentamente queste due fotografie e, se non siete ingegneri, ditemi per favore se vi sembrano uguali. Ammetto che entrambe sono stazioni centrali, che entrambe servono a far scendere e salire i passeggeri dai treni, che in entrambe sono esposti gli orari di arrivo e partenza (non è sempre vero, ma faccio conto che abbiate già assimilato quel piccolo manuale di filosofia di cui si parlava prima e quindi avete già fatto un passo in avanti verso la metafisica).

Il mio interesse per l’anima delle stazioni è via via aumentato, insieme alle mie domande critiche, soprattutto da quando avevo preso l’abitudine di postarne le foto che hanno suscitato un interesse sorprendente e fuori dall’ordinario. Dopo un periodo di mancanza di foto dovuto a un mio appannamento di ispirazone, addirittura qualcuno mi ha espressamente detto di essere in astinenza e di aspettarsi nel breve di vedere nuove fotografie.

Poche righe fa ho fatto un accostamemento tra due parole in apparenza senza nessun legame, anima e stazione. Qui il discorso si fa troppo lungo e, se non mi annoierò prima, sarà necessario che io prima o poi affronti l’argomento. Per ora è sufficiente stabilire un punto fermo di partenza: ogni stazione è figlia del suo territorio, ne assorbe il clima, la storia politica del luogo, il flusso delle generazioni che si sono succedute lasciando una indelebile impronta, la geografia, i rumori e i sapori, le parole dette, le parole trattenute, i desideri, le voglie, forse anche le visite di qualche extraterrestre particolarmente interessato alle nostre ferrovie. Insomma un quadro complesso che non può risolversi solo in un gretto materialismo di stampo ingegneristico.

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