Pessoa, il nome e la trappola

Siamo prigionieri. Siamo dentro una trappola. Ma la trappola non si vede. Non ha confini fisici, non ha pareti. La sentiamo, la viviamo, la respiriamo, ci sembra di toccarla ogni volta che ci muoviamo. Quando siamo nella trappola vorremmo stare immobili per non aumentare il dolore. Possiamo solo credere ai pensieri per cercare sollievo e soluzione. Ma sappiamo che non c’è soluzione. Lo abbiamo imparato da anni con i movimenti violenti che qualcuno ci ha imposto. E quando siamo allo stremo allora proviamo noi a muoverci. Ma la trappola è dolore. Alla trappola non c’è rimedio. Ci guardiamo negli occhi come se questo semplice atto possa aiutarci a trovare la soluzione. Ci parliamo, come se mettere in fila dei periodi grammaticalmente corretti possa farci finalmente uscire dall’incubo. La trappola e l’incubo sono fratelli. Soggetto, verbo, complemento servono solo a diluire l’agonia. Così ritorniamo da capo e guardandoci allunghiamo ancora la speranza. La trappola, l’incubo e la notte sono la triade perfetta. Qualcuno crede alla magia dei numeri. Ora anche noi abbiamo verificato questa potenza. Perché la notte isola il destino e come una mosca impazzita nella bottiglia la trappola e l’incubo battono sulle pareti del tempo senza luce. E oltre il vetro non vediamo che il nulla.

Abbiamo cominciato a credere al pensiero magico. Siamo prigionieri. Quel che ci è concesso è solo sognare una mano che improvvisa ci batta sulle spalle e ci dica: “Adesso basta, la vostra agonia è durata troppo a lungo. Adesso ci penso io”.

Ma non possiamo fare affidamento su nessuno. Dobbiamo uscire con le nostre forze.

Non sto pensando a niente – Pessoa

Non sto pensando a niente,
e questa cosa centrale, che a sua volta non è niente,
mi è gradita come l’aria notturna,
fresca in confronto all’estate calda del giorno. Che bello, non sto pensando a niente! Non pensare a niente
è avere l’anima propria e intera.
Non pensare a niente
è vivere intimamente
il flusso e riflusso della vita…
Non sto pensando a niente.
È come se mi fossi appoggiato male.
Un dolore nella schiena o sul fianco,
un sapore amaro nella bocca della mia anima:
perché, in fin dei conti,
non sto pensando a niente,
ma proprio a niente,
a niente…

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