Della pace e della sua ricerca

“Non trovo pace.

Ho sentito così tante volte questa frase che ormai mi ci sono abituato.

Ma la pace non è qualcosa che si acquista. Non so neanche cosa sia la pace. Forse l’ho provata un tempo, ma è un tempo che ormai è sfuggito. Forse è solo un’illusione, una delle tante che nascono e muoiono mentre camminiamo eretti.

Non trovo pace.

Nella mia testa non trovo pace. I pensieri scappano via a una velocità eccessiva e io non riesco a trattenerli. Forse è per quello che non riuscendo a bloccarli non trovo pace.

Vorrei poterli fermare per accarezzarli, per diventarne loro amico, per abituarmi a loro, per cercarne il ritmo, per fare la loro conoscenza come accade con gli amici o anche con gli incontri occasionali.

Per quanti sforzi io abbia fatto e per quanti tentativi io farò non sono ancora riuscito a capire come fermarli.

Sono confuso. Non so se sono io che non trovo pace o se qualcuno mette con grande astuzia queste parole nella mia mente. Non so se sia io ad averle pronunciate con ostinazione o se le abbia sentite più e più volte in qualche posto.

Non trovo pace.

Sono solo. Sono solo. Sono solo. Nessuno mi dà una mano, ho dovuto sempre fare tutto da solo. Vedo un mondo nitido dai contorni definiti. Nessuno può dire di me che io sia confuso. Io sono invece forte e invincibile. Ma non trovo pace.

Non trovo pace”.

Un vecchio

Interno rumoroso di un caffè. Curvo su un tavolo, siede un vecchio; ha davanti un giornale, è tutto solo.

Nell’avvilente, misera vecchiaia pensa a quanto poco godè negli anni in cui aveva forza, bellezza ed eloquenza.

Lo sa, l’avverte, è invecchiato molto. Ma il tempo ch’era giovane gli sembra ieri. Che periodo breve, che periodo breve.

E pensa come l’ha ingannato la Prudenza, e come se ne fidava sempre – che follia! – “Domani. Hai molto tempo”, diceva la bugiarda.

Ricorda gli slanci tenuti a freno; e tutta la gioia sacrificata. L’insensata prudenza ora sbeffeggia le occasioni perse.

… Ma a furia di riflettere e rievocare è frastornato il vecchio. E si addormenta appoggiato al tavolino del caffè.

(Costantino Kavafis)

Itaca

Sempre devi avere in mente Itaca – 
raggiungerla sia il pensiero costante. 
Soprattutto, non affrettare il viaggio; 
fa che duri a lungo, per anni, e che da vecchio 
metta piede sull’isola, tu, ricco 
dei tesori accumulati per strada 
senza aspettarti ricchezze da Itaca. 
Itaca ti ha dato il bel viaggio, 
senza di lei mai ti saresti messo 
sulla strada: che cos’altro ti aspetti?

E se la trovi povera, non per questo Itaca ti avrà deluso. 
Fatto ormai savio, con tutta la tua esperienza addosso 
già tu avrai capito ciò che Itaca vuole significare.

(Costantino Kavafis)

Breve storia felice dell’unico uomo seppellito sulla Luna

Breve storia di Eugene Shoemaker, l’unico essere umano seppellito sulla Luna.

Eugene Merle Shoemaker (o Gene Shoemaker) (Los Angeles, 28 aprile1928Alice Springs, 18 luglio1997) è stato un geologo statunitense. Fu uno dei fondatori del campo delle scienze planetarie ed è conosciuto soprattutto per aver scoperto la Cometa Shoemaker-Levy 9 assieme alla moglie Carolyn S. Shoemaker e a David Levy. da https://it.wikipedia.org/wiki

In questi tempi di chiusure non solo culturali ma anche di spazi e di prospettive in cui i nazionalismi rialzano la cresta per difendersi non si sa da che cosa, sapere che da qualche parte sulla Luna ci sono parte delle ceneri di un essere umano apre il cuore.

A me pare una grande contaminazione! Altro che paura delle migrazioni, altro che muri per proteggere le frontiere, altro che paure di sangue meticcio. La vita si sviluppa proprio per questi continui travasi tra popolazioni, altro che storie! Stare chiusi serrando per bene le porte della baracca contro le infiltrazioni esterne, oltre che inutile, oltre che anti storico, oltre che innaturale, è uno sforzo inutile.

Noi viviamo della nostra dinamica, cresciamo e ci miglioriamo nella nostra capacità di cambiare, di inseguire i nostri sogni, di non fermarci alla prima stazione. Non abbiamo scelta. Se vogliamo sopravvivere dobbiamo essere migranti, scoprire nuovi mondi e nuove terre, imparare nuovi linguaggi, nuove forme, nuove possibilità che prima non sapevamo. Dobbiamo uscire dal nostro stato di ignoranza. Solo così possiamo evadere dal chiuso della nostra caverna. Perchè fuori non ci sono solo pericoli ma si aprono le possibilità della vita. Di una vita che vale la pena di essere respirata, scambiata, sentita.

Cosa ha fatto Shoemaker? Secondo l’orda dei conservatori poco illuminati, a onor del vero di stretta attualità sul pianeta, potrei dire che ha sprecato il suo tempo studiando prima i crateri da impatto e quindi i corpi che li producono come le comete. Vista nella prospettiva mi-spezzo-ma-non-mi-piego dei nazionalisti sovranisti di oggi una grande perdita di tempo! Meglio concentrarsi su qualche rivoluzionario metodo per estrarre l’oro dalle barbabietole. Utile per il popolo osannante delle spiagge e delle discoteche.

Purtroppo il genere umano ha sempre avuto la tendenza a sognare per spingersi oltre gli stretti confini della caverna. Shoemaker era evidentemente uno di quelli. A cui non bastava il chiuso di un ufficio ma voleva l’infinito della realtà. E quindi divenne anche un divulgatore scientifico molto popolare, dicono anche per la sue grandi capacità comunicative. Aveva sempre espresso il desiderio di andare sulla Luna. Chi meglio di lui!

Alcuni anni dopo la sua morte, una parte delle sue ceneri furono inviate verso il nostro satellite con la sonda Lunar Prospector. E così, nel sud del nostro satellite, ci sono parte delle ceneri di Eugene Merle Shoemaker. Unico uomo (finora) ad essere seppellito sulla Luna. Riposi In Pace.

John Donaldson correva ancora sulla fascia sinistra dopo la fine della partita

Il Derby di Edinburgo tra le due squadre di calcio della città, l’Hibernian Football Club e l’Heart of Midlothian, si chiama “il derby di Capodanno” perchè si gioca nei primi giorni dell’anno. E’ ovvio che come ogni derby la partita sia molto sentita e molto seguita, sia sugli spalti che alla radio o alla televisione.

C’è stato tuttavia un anno in cui la partita si è giocata ma non la vide nessuno (o quasi). Non era una data qualunque, una di quelle che ricordi a mala pena e magari confondi con qualche altra ricorrenza. Era il primo gennaio 1940.

C’era la guerra. Era stato deciso che la partita sarebbe stata trasmessa in diretta radio dalla BBC per permettere ai soldati di seguirla. A Edimburgo c’era una nebbia molto fitta. Come hanno raccontato anche Scott Murray e Rowan Walker nel loro libro “Day of the match”, dagli spalti il radiocronista Bob Kingsley non riusciva nemmeno a vedere il campo.

La partita però non si poteva rimandare. L’esercito temeva che il rinvio per nebbia avrebbe fornito all’aviazione tedesca importanti informazioni e la possibiltà di essere bombardati dalla Luftwaffe. La partita si disputò regolarmente e il capo di Kingsley gli impose di non menzionare mai la nebbia. Il problema era che dalla tribuna non si vedeva proprio niente e così trovò il modo di farsi riferire da alcuni spettatori vicini al campo da gioco le informazioni principali su gol e calci d’angolo!

Il primo tempo finì 4 a 3 per gli Hearts che fino a due minuti prima erano in svantaggio 3 a 2. L’arbitro fischiò la fine del tempo a causa dell’invasione di uno spettatore che invase il campo, forse per vedere cosa stava succedendo, e arrivato negli spogliatoi si accorse dell’errore e fece ritornare le squadre in campo. Così gli Hearts rimontarono due gol nei minuti restanti.

La partita finì 6 a 5 per gli Hearts: a Edimburgo era già buio e molti spettori erano già a casa. Kingsley continuò a raccontare le azioni di gioco inventandole anche dopo la fine della partita: si fermò solo quando vide arrivare in tribuna alcuni giocatori che cercavano un loro compagno di squadra.

Il giornale Scotsman ha raccontato che l’ala degli Hearts, John Donaldson, non era rientrato negli spogliatoi insieme ai compagni e che diversi minuti dopo il fischio finale continuava a correre sulla fascia sinistra e chiamava a gran voce il pallone.

Fonti: ilpost.it 3 genniao 2015 – Scotsman.com 1 gennaio 2014

Val Masino

Sempre alla ricerca di qualcosa che forse non esiste. Così cresce l’affanno, il senso della perdita delle occasioni, l’osservazione passiva del flusso della vita che scappa.

Così cresce l’insonnia e la strisciante idea di lasciare ogni cosa al proprio posto, inutile. Tanto ogni cosa andrà come vuole.

ancora in ombra salendo

La salita comincia nel buio con il freddo del primo mattino e con le pile frontali accese. Il buio nel bosco regala sempre qualcosa, dettagli, rumori, il ritmo della respirazione che cerca se stesso. Si continua con le prime luci e con il sorriso per le sue parole che si chiamano e si rincorrono. Si continua ancora in ombra ben coperti per un freddo che è ancora lì e non ti abbandona.

il rifugio Gianetti

Era talmente buio e avevo talmente freddo che ho allacciato male gli scarponi. Ma non importa, me ne accorgerò solo al rifugio. Ora però bisogna fermarsi ogni tanto a gustare i colori che accendono il cammino e vedere ogni singola prospettiva, provare a ricordarla per quando sarai più in alto. Gli alberi sono ancora verdi ma tra pochi giorni diventeranno una esplosione di rosso e sai che dovrai tornare, anche solo nella tua immaginazione.

il Badile e il Cengalo

Le grandi rocce, gli strapiombi, i canali che si arrampicano fino a passi che prima non c’erano. Ti fermi ancora e lo fai ogni volta per indovinare le linee dei sentieri e i loro tracciati, ma anche per ricordare i tuoi passi di una volta. E quindi il ricordo si mischia inevitabile con il sudore e lo stupore di oggi che ogni volta è uno stupore nuovo. E poi proprio davanti le montagne che fanno da confine, montagne della storia.

verso il passo Barbacan

L’elenco dei sentieri che hai studiato sulla carta così tante volte che ormai ti sono familiari si allungano ben oltre la distanza reale perché la memoria non deve per forza andare in contrasto con l’immaginazione.

guardando indietro laggiù il rifugio Gianetti

Il fascino stupefacente dei passi che mettono in comunicazione la Val Codera con la Val Masino, le tracce dei sentieri che forse esistono ancora e quelli persi nella memoria.

Val Codera

Mercoledì, ma non un mercoledì qualunque, un mercoledì finalmente libero di andare in montagna senza essere costretto al sabato o alla domenica.

La Val Codera è sempre stata una mia meta “privilegiata” frequentabile sia d’estate che d’inverno, sempre bellissima in ogni stagione. Si percorre tutto il lago di Lecco e si prosegue fino al paese di Novate Mezzola. Appena dopo la stazione della ferrovia si gira a destra e dopo poco si arriva al parcheggio di Mezzolpiano. Quindi si comincia subito a salire in modo sostenuto fino al paese di Codera (vedi foto).

Appena dopo il paese c’è un bivio: dritto sul sentiero si prosegue per il Rifugio Brasca. A destra invece si va in direzione del famoso Tracciolino, lunghissimo ma pianeggiante che porta fino a Verceia in Val dei Ratti. Oppure ci si può addentrare nella mitica Val Ladrogno fino al Bivacco Casorate Sempione. Da lì, luogo lontanissimo e solitario, si possono fare un paio di giri entusiasmanti. Andare fino alla Porta e scendere al Bivacco Valli (sentiero non facile, anzi in certi pezzi davvero pauroso) e quindi arrivare al Rifugio Brasca oppure proseguire fino alla Bocchetta di Spassato e da lì verso sinistra dirigersi al Rifugio Omio oppure scendere al Rifugio Volta e quindi arrivare a Frasnedo e Verceia (uno dei miei obiettivi per l’anno prossimo).

Proseguendo dopo Codera, prima di arrivare al Rifugio Brasca, si passa da due località che negli ultimi anni sono tornate a essere vive e abitate, Saline prima e Bresciadega poi. La scoperta piacevole di quest’anno è che i sentieri sono stati risegnalati: a Saline è comparsa l’indicazione per il Passo della Beleniga, un sentiero di cui avevo visto solo un video su YouTube.

Saline

Ancora più avanti si arriva a Bresciadega, dove c’è anche uno storico rifugio. Negli anni sono state ristrutturate le abitazioni ed è davvero un luogo bellissimo.

Bresciadega

Ormai per il Brasca manca davvero poco. Ci si arriva dopo circa una mezz’ora passando per un bosco meraviglioso che se capita di farlo con la neve sembra di essere in un luogo magico.

Il Rifugio Brasca

Finalmente si arriva. Dalla partenza sono circa 3 ore / 3 ore e 30 minuti. Qui comincia un altro mondo. Fino a Bresciadega il percorso è bello anche se il sentiero è stato allargato e trasformato per farci passare mezzi a motore usati dai locali. Da qui in poi comincia invece la vera magia di questi luoghi. Innanzitutto è bene dire che finalmente il rifugio è aperto. Per anni quando si arrivava qui si sostava fuori perchè per la maggior parte dell’anno il Brasca era tristemente chiuso. Dall’anno scorso invece ci sono dei rifugisti che ne hanno preso la conduzione con passione tenendolo aperto nei fine settimana fino a novembre.

La maggior parte degli escursionisti si ferma qui e non va oltre. Ma dal rifugio partono tre sentieri straordinari che permettono di scoprire luoghi selvaggi lontano dal mondo e di fare delle traversate avventurose in ambienti grandiosi.

Il primo va verso il Bivacco Valli dal quale poi partono due altri sentieri: uno a destra che sale alla Porta e traversa al Bivacco Casorate Sempione, l’altro diritto che va al passo del Lingoncio con il sentiero attrezzato Dario e Paolo e quindi raggiunge il Rifugio Omio in Val Masino.

Il secondo è il classico Sentiero Roma che si dirige al Rifugio Gianetti in Val Masino dal passo del Barbacan e quindi in un ambiente tra i più belli delle Alpi percorre diverse valli e passi per andare al Rifugio Ponti e volendo arrivare sotto il Disgrazia e in Val Malenco (oggi ho fatto un pezzo di questo sentiero arrivando alle case dell’Averta dove nelle vicinanze c’è un bivio che porta a destra al Passo dell’Oro e quindi all’Omio).

Indicazioni dei sentieri al Rifugio Brasca
Laggiù in fondo si vede il paese di Bresciadega
Anche qui secondo antiche mappe ci dovrebbe essere un sentiero verso la Val Masino

Il terzo, il mio preferito, va diritto verso il Passo del Porcellizzo. Attraversa una valle lunghissima costeggiando un torrente in boschi stupendi dove non incontri anima viva. Sembra non finire mai ma a un certo punto in fondo alla valle ti trovi di fronte una parete e ti chiedi come farai a proseguire. Ti avvicini e sali su un sentiero magnifico dentro la roccia fino all’Alpe Sivigia. Prima però devi attraversare il corso impetuoso di un torrente aiutato da una corda. Quest’anno però il mal tempo ha fatto franare tutto e sembra sia molto difficile passare. Comunque, quando ci si riesce si risale con grande fatica in un ambiente severo che non descrivo perchè non ho aggettivi sufficienti. Poi con grande pazienza si traversa e si arriva, prima del Passo Porcellizzo, al Bivacco Pedroni del Prà. Qui ci si siede e si rinasce. Uno dei posti più belli del mondo!

Il bivacco Pedroni del Prà!

continua….

A Rainbow in Curved Air

Nei miei ricordi settembre ritorna spesso. Forse una casualità. Forse mi è rimasto attaccato il ricordo di un mese che segnava un distacco netto tra due periodi dell’anno, forse era il tempo del ritorno alla fine dell’estate.

Un arcobaleno nell’aria curva! L’aria della fiera di Sinigaglia dove si vendeva e comprava di tutto. Non ricordo con chi ero, ho ancora in testa una immagine vaga di un vialetto con dei giardini di fianco a una chiesa. Non so dire di più, forse è tutto sbagliato ma non importa: questa è l’immagine che mi tengo ben stretta.

In realtà non sono mai stato particolarmente interessato ai mercatini e alle fiere. Luoghi affollati dove il camminare è lento e a scatti per seguire il ritmo della folla. Fermarsi a ogni bancarella a vedere la merce esposta, curiosare, fare confronti, tastare oggetti e immaginare il loro uso o il loro posto in una casa non fanno per me.

Forse quel giorno stavo solo cercando il mio posto nel mondo e quel posto non viaggiava a quel ritmo. I pochi soldi che avevo in tasca finivano quasi tutti nei dischi. Inseguivo una stagione indimenticabile, la coda di un periodo che avrei ricordato per sempre. I dischi facevano parte di quel paesaggio, della stagione a cavallo tra gli anni ’60 e ’70. Una stagione di grandi entusiasmi che mi sembrava giusto cercare di afferrare saldamente per trattenerla il più a lungo possibile.

Non ho purtroppo mai imparato a suonare, mi manca del tutto la capacità di capire la musica. Forse non ho avuto la necessaria determinazione o forse siamo tutti dentro una eterna lotta contro le nostre ombre, così dense e reali da impegnarci a fondo.

Le mie scarpe insieme a quei pochi soldi si fermavano ai banchetti di dischi. Allora il vinile era re. Le copertine rubavano gli occhi, indimenticabili opere d’arte. Non ricordo se il mio obiettivo fosse proprio quello di cercare l’arcobaleno nell’aria curva. Di sicuro era un piacere esplorare tutte le scatole con i vinili, estrarre le copertine più belle, leggere le note di copertina, verificare la lista, immaginare il suono della musica. Mi sembra però di ricordare che la mia scelta, dopo avere avuto in mano questo disco, fu immediata. Una scelta azzeccata perchè ancora oggi questi suoni riescono a darmi emozione.

“And then all wars ended/Arms of every kind out were outlawed and the masses glady contributed them to giant foundries in which they were melted down and the metal poured back into the earth/…”

Un sogno di pace.

La prima onda di questi sogni sembra avere libera circolazione e segna un’epoca, la sua arte, le sue opere e i suoi pensieri. La seconda è quella dell’industria, scaltra, subdola, che intercetta la possibilità di trasformare i sogni in righe di conto economico. L’onda si trasforma in una finzione che si espande facendo credere che sia l’unica strada percorribile.

Ascolto ancora con emozione questa musica nella mia anima.