Val Masino

Sempre alla ricerca di qualcosa che forse non esiste. Così cresce l’affanno, il senso della perdita delle occasioni, l’osservazione passiva del flusso della vita che scappa.

Così cresce l’insonnia e la strisciante idea di lasciare ogni cosa al proprio posto, inutile. Tanto ogni cosa andrà come vuole.

ancora in ombra salendo

La salita comincia nel buio con il freddo del primo mattino e con le pile frontali accese. Il buio nel bosco regala sempre qualcosa, dettagli, rumori, il ritmo della respirazione che cerca se stesso. Si continua con le prime luci e con il sorriso per le sue parole che si chiamano e si rincorrono. Si continua ancora in ombra ben coperti per un freddo che è ancora lì e non ti abbandona.

il rifugio Gianetti

Era talmente buio e avevo talmente freddo che ho allacciato male gli scarponi. Ma non importa, me ne accorgerò solo al rifugio. Ora però bisogna fermarsi ogni tanto a gustare i colori che accendono il cammino e vedere ogni singola prospettiva, provare a ricordarla per quando sarai più in alto. Gli alberi sono ancora verdi ma tra pochi giorni diventeranno una esplosione di rosso e sai che dovrai tornare, anche solo nella tua immaginazione.

il Badile e il Cengalo

Le grandi rocce, gli strapiombi, i canali che si arrampicano fino a passi che prima non c’erano. Ti fermi ancora e lo fai ogni volta per indovinare le linee dei sentieri e i loro tracciati, ma anche per ricordare i tuoi passi di una volta. E quindi il ricordo si mischia inevitabile con il sudore e lo stupore di oggi che ogni volta è uno stupore nuovo. E poi proprio davanti le montagne che fanno da confine, montagne della storia.

verso il passo Barbacan

L’elenco dei sentieri che hai studiato sulla carta così tante volte che ormai ti sono familiari si allungano ben oltre la distanza reale perché la memoria non deve per forza andare in contrasto con l’immaginazione.

guardando indietro laggiù il rifugio Gianetti

Il fascino stupefacente dei passi che mettono in comunicazione la Val Codera con la Val Masino, le tracce dei sentieri che forse esistono ancora e quelli persi nella memoria.

Val Codera

Mercoledì, ma non un mercoledì qualunque, un mercoledì finalmente libero di andare in montagna senza essere costretto al sabato o alla domenica.

La Val Codera è sempre stata una mia meta “privilegiata” frequentabile sia d’estate che d’inverno, sempre bellissima in ogni stagione. Si percorre tutto il lago di Lecco e si prosegue fino al paese di Novate Mezzola. Appena dopo la stazione della ferrovia si gira a destra e dopo poco si arriva al parcheggio di Mezzolpiano. Quindi si comincia subito a salire in modo sostenuto fino al paese di Codera (vedi foto).

Appena dopo il paese c’è un bivio: dritto sul sentiero si prosegue per il Rifugio Brasca. A destra invece si va in direzione del famoso Tracciolino, lunghissimo ma pianeggiante che porta fino a Verceia in Val dei Ratti. Oppure ci si può addentrare nella mitica Val Ladrogno fino al Bivacco Casorate Sempione. Da lì, luogo lontanissimo e solitario, si possono fare un paio di giri entusiasmanti. Andare fino alla Porta e scendere al Bivacco Valli (sentiero non facile, anzi in certi pezzi davvero pauroso) e quindi arrivare al Rifugio Brasca oppure proseguire fino alla Bocchetta di Spassato e da lì verso sinistra dirigersi al Rifugio Omio oppure scendere al Rifugio Volta e quindi arrivare a Frasnedo e Verceia (uno dei miei obiettivi per l’anno prossimo).

Proseguendo dopo Codera, prima di arrivare al Rifugio Brasca, si passa da due località che negli ultimi anni sono tornate a essere vive e abitate, Saline prima e Bresciadega poi. La scoperta piacevole di quest’anno è che i sentieri sono stati risegnalati: a Saline è comparsa l’indicazione per il Passo della Beleniga, un sentiero di cui avevo visto solo un video su YouTube.

Saline

Ancora più avanti si arriva a Bresciadega, dove c’è anche uno storico rifugio. Negli anni sono state ristrutturate le abitazioni ed è davvero un luogo bellissimo.

Bresciadega

Ormai per il Brasca manca davvero poco. Ci si arriva dopo circa una mezz’ora passando per un bosco meraviglioso che se capita di farlo con la neve sembra di essere in un luogo magico.

Il Rifugio Brasca

Finalmente si arriva. Dalla partenza sono circa 3 ore / 3 ore e 30 minuti. Qui comincia un altro mondo. Fino a Bresciadega il percorso è bello anche se il sentiero è stato allargato e trasformato per farci passare mezzi a motore usati dai locali. Da qui in poi comincia invece la vera magia di questi luoghi. Innanzitutto è bene dire che finalmente il rifugio è aperto. Per anni quando si arrivava qui si sostava fuori perchè per la maggior parte dell’anno il Brasca era tristemente chiuso. Dall’anno scorso invece ci sono dei rifugisti che ne hanno preso la conduzione con passione tenendolo aperto nei fine settimana fino a novembre.

La maggior parte degli escursionisti si ferma qui e non va oltre. Ma dal rifugio partono tre sentieri straordinari che permettono di scoprire luoghi selvaggi lontano dal mondo e di fare delle traversate avventurose in ambienti grandiosi.

Il primo va verso il Bivacco Valli dal quale poi partono due altri sentieri: uno a destra che sale alla Porta e traversa al Bivacco Casorate Sempione, l’altro diritto che va al passo del Lingoncio con il sentiero attrezzato Dario e Paolo e quindi raggiunge il Rifugio Omio in Val Masino.

Il secondo è il classico Sentiero Roma che si dirige al Rifugio Gianetti in Val Masino dal passo del Barbacan e quindi in un ambiente tra i più belli delle Alpi percorre diverse valli e passi per andare al Rifugio Ponti e volendo arrivare sotto il Disgrazia e in Val Malenco (oggi ho fatto un pezzo di questo sentiero arrivando alle case dell’Averta dove nelle vicinanze c’è un bivio che porta a destra al Passo dell’Oro e quindi all’Omio).

Indicazioni dei sentieri al Rifugio Brasca
Laggiù in fondo si vede il paese di Bresciadega
Anche qui secondo antiche mappe ci dovrebbe essere un sentiero verso la Val Masino

Il terzo, il mio preferito, va diritto verso il Passo del Porcellizzo. Attraversa una valle lunghissima costeggiando un torrente in boschi stupendi dove non incontri anima viva. Sembra non finire mai ma a un certo punto in fondo alla valle ti trovi di fronte una parete e ti chiedi come farai a proseguire. Ti avvicini e sali su un sentiero magnifico dentro la roccia fino all’Alpe Sivigia. Prima però devi attraversare il corso impetuoso di un torrente aiutato da una corda. Quest’anno però il mal tempo ha fatto franare tutto e sembra sia molto difficile passare. Comunque, quando ci si riesce si risale con grande fatica in un ambiente severo che non descrivo perchè non ho aggettivi sufficienti. Poi con grande pazienza si traversa e si arriva, prima del Passo Porcellizzo, al Bivacco Pedroni del Prà. Qui ci si siede e si rinasce. Uno dei posti più belli del mondo!

Il bivacco Pedroni del Prà!

continua….

A Rainbow in Curved Air

Nei miei ricordi settembre ritorna spesso. Forse una casualità. Forse mi è rimasto attaccato il ricordo di un mese che segnava un distacco netto tra due periodi dell’anno, forse era il tempo del ritorno alla fine dell’estate.

Un arcobaleno nell’aria curva! L’aria della fiera di Sinigaglia dove si vendeva e comprava di tutto. Non ricordo con chi ero, ho ancora in testa una immagine vaga di un vialetto con dei giardini di fianco a una chiesa. Non so dire di più, forse è tutto sbagliato ma non importa: questa è l’immagine che mi tengo ben stretta.

In realtà non sono mai stato particolarmente interessato ai mercatini e alle fiere. Luoghi affollati dove il camminare è lento e a scatti per seguire il ritmo della folla. Fermarsi a ogni bancarella a vedere la merce esposta, curiosare, fare confronti, tastare oggetti e immaginare il loro uso o il loro posto in una casa non fanno per me.

Forse quel giorno stavo solo cercando il mio posto nel mondo e quel posto non viaggiava a quel ritmo. I pochi soldi che avevo in tasca finivano quasi tutti nei dischi. Inseguivo una stagione indimenticabile, la coda di un periodo che avrei ricordato per sempre. I dischi facevano parte di quel paesaggio, della stagione a cavallo tra gli anni ’60 e ’70. Una stagione di grandi entusiasmi che mi sembrava giusto cercare di afferrare saldamente per trattenerla il più a lungo possibile.

Non ho purtroppo mai imparato a suonare, mi manca del tutto la capacità di capire la musica. Forse non ho avuto la necessaria determinazione o forse siamo tutti dentro una eterna lotta contro le nostre ombre, così dense e reali da impegnarci a fondo.

Le mie scarpe insieme a quei pochi soldi si fermavano ai banchetti di dischi. Allora il vinile era re. Le copertine rubavano gli occhi, indimenticabili opere d’arte. Non ricordo se il mio obiettivo fosse proprio quello di cercare l’arcobaleno nell’aria curva. Di sicuro era un piacere esplorare tutte le scatole con i vinili, estrarre le copertine più belle, leggere le note di copertina, verificare la lista, immaginare il suono della musica. Mi sembra però di ricordare che la mia scelta, dopo avere avuto in mano questo disco, fu immediata. Una scelta azzeccata perchè ancora oggi questi suoni riescono a darmi emozione.

“And then all wars ended/Arms of every kind out were outlawed and the masses glady contributed them to giant foundries in which they were melted down and the metal poured back into the earth/…”

Un sogno di pace.

La prima onda di questi sogni sembra avere libera circolazione e segna un’epoca, la sua arte, le sue opere e i suoi pensieri. La seconda è quella dell’industria, scaltra, subdola, che intercetta la possibilità di trasformare i sogni in righe di conto economico. L’onda si trasforma in una finzione che si espande facendo credere che sia l’unica strada percorribile.

Ascolto ancora con emozione questa musica nella mia anima.

Las Meninas e la prospettiva magica

Davanti a Velasquez/ho visto i colori squarciarsi/e il tempo aprire le sue mandibole/eterne.

Io non sono un frequentatore di mostre e di pinacoteche, e me ne dispiace. I quadri, la pittura mi piacciono molto in realtà anche se non ci capisco granchè. Ma so anche che le cose vanno come devono andare e non sempre, anzi quasi mai, la vita scorre seguendo una logica lineare. Spesso invece abbiamo a che fare con il caos di fatti avversi che non permettono di inseguire le proprie passioni. E’ come per la musica jazz, della quale sono apassionato ma che preferisco di gran lunga ascoltare dal vivo. Ho però purtroppo potuto vedere pochissimi concerti nel corso degli anni. Ma così va il mondo. Accettare le limitazioni ti consente di godere maggiormente delle cose che puoi raggiungere. La fatica è ben ripagata.

Quindi non ho una preparazione tecnica che mi consente di parlare di Velazquez, ma solo un ricordo vivido, una fotografia che ancora non si è sbiadita nella memoria. Mi rivedo ancora camminare nei corridoi del Prado a guardare piuttosto distrattamente i quadri in esposizione. Il mio obiettivo era già molto chiaro, arrivare alla sala in cui viveva Velazquez con il suo quadro. Perchè Las Meninas? Perchè avevo letto, meglio, tentato di leggere, un libro di Foucault dal titolo bellissimo, Le Parole e le Cose, che aveva in copertina proprio questo dipinto che mi aveva affascinato a prima vista e del quale non sapevo quasi niente. Allora non era come adesso che basta una ricerca in internet per avere le notizie fondamentali a disposizione. Ero completamente impreparato.

E proprio vorrei dire qualcosa delle dimensioni del dipint. Avevo finalmente trovato la sala del museo e stavo per entrarci. I miei occhi erano preparati per scoprire un quadro di dimensioni normali, un classico quadro insomma. Quando sono entrato ricordo di avere scrutato con una certa impazienza le pareti per individuare Las Meninas. Con mio grande stupore non sono riuscito a inquadrarlo subito tanto che ho controllato all’ingresso di non avere sbagliato sala. Non avevo sbagliato. Semplicemente il quadro era là, ma non occupava un piccolo spazio in una parete ma tutta la parete in fondo alla sala. Era enorme, reso ancora più grande dalle mie false aspettative (quanto ci sarebbe da dire su quest’argomento!).

Le dimensioni sono infatti queste: 3 metri virgola 18 per 2 metri virgola 76. Enorme.

La visione, ricordo ancora molto bene quel momento, mi lasciò senza parole. Il quadro era, ed è ovviamente, di stupefacente bellezza. Ma questo è il meno. Il suo fascino misterioso mi aveva emozionato fino quasi alla paralisi. Ho passato più di un’ora fisso immobile a guardarlo, a tentare di dialogare con lui per strappargli il suo mistero.

Per poche righe. Scalare il mondo Walter Bonatti

Il libro è bellissimo e non potrebbe essere altrimenti trattandosi di Bonatti.

Bonatti non è stato solo un grande alpinista, uno dei massimi, non è stato solo un grande esploratore del mondo girandolo di lungo e in largo scrivendo dei memorabili reportage per Epoca. Bonatti è stato anche un grande scrittore.

La storia della vita di Bonatti: quando era piccolo sulle rive del Po, le grandi imprese in montagna e poi le grandi esplorazioni in tutto il mondo. Fino al 1965 le scalate. Dal 1965 al 1980 le esplorazioni. Dal 1981 al 2011 la vita con Rossana Podestà.

Sono ripresi brani dai libri di montagna di Bonatti e dai suoi reportage per Epoca, alternati a brevi commenti del curatore del volume, Angelo Ponta, che servono a contestualizzare e commentare le vicende narrate. Bonatti era uno scrittore auto didatta (aveva la terza media) eppure la sua capacità di imparare lo porta ad avere una prosa perfetta e avvincente per raccontare le sue imprese. Il lettore è catapultato dentro le sue storie, si tratti di scalate ai limiti dell’umano oppure delle sue notti solitarie nella savana o degli incontri con animali pericolosi. 

Le imprese di uno dei grandi dell’alpinismo mondiale che a 35 anni smette con le scalate e comincia la sua seconda vita di esploratore come inviato speciale di Epoca. Bonatti oltre ad essere stato un grande uomo di avventure è stato un uomo di alti valori morali. E anche un ottimo scrittore.

Aspettando i barbari, Kavafis

Costantino Kavafis nato ad Alessandria d’Egitto il 29 aprile 1863 e morto ad Alessandria d’Egitto il 29 aprile 1933.

Aspettando i barbari

Che aspettiamo, raccolti nella piazza?

Oggi devono arrivare i barbari.

Perché è così inoperoso il Senato?
E perché siedono senza far leggi i Senatori?

Perchè oggi arrivano i barbari.
Che leggi devon fare i senatori?
Quando verranno faranno leggi i barbari.

Perché l’imperatore s’è alzato così presto
e sta alla porta maggiore della città,
solenne in trono, e indossa la corona?

Perchè oggi arrivano i barbari.
E l’imperatore aspetta di ricevere
il loro capo. Anzi ha disposto
di offrirgli una pergamena. Sulla quale
gli ha scritto molti titoli ed nomi.

Perché stamani i due consoli e i pretori
sono usciti con toghe rosse e ricamate?
Perché indossano bracciali colmi di ametiste
e anelli con smeraldi splendidi e lucenti?
Perché oggi impugnano le preziose mazze
dai raffinati ceselli d’argento e d’oro?

Perchè oggi arrivano i barbari,
e queste cose abbagliano i barbari.

Perché i valenti retori non vengono come sempre
a fare i loro discorsi, a dire le loro cose?

Perchè oggi arrivano i barbari:
e hanno a noia concioni ed eloquenza.

Perché questa inquietudine, d’un tratto,
questo scompiglio? (Come si sono fatti seri i volti.)
Perché si svuotano in fretta strade e piazze
e tutti tornano a casa pensierosi?

Perchè si è fatta notte e non sono venuti i barbari.
Messaggeri son giunti dai confini
e han detto che non ci sono più barbari.

E ora, senza barbari, che sarà di noi?
Era una soluzione, quella gente.

da: Costantino Kavfis, Le poesie – traduzione di Nicola Crocetti

La pantera nera di Casalbuttano

Questa è la storia di una pantera nera. Questa è la storia di una pantera nera che in tanti dicono di avere visto. Questa è la storia di una pantera nera che in molte estati è stata cercata nelle campagne attorno a Cremona. Questa è la storia di una pantera nera che è finita sulle prime pagine di giornali locali e forse anche in qualche servizio dei telegiornali locali di reti nazionali.

Questa è la storia di una pantera nera che quasi ogni estate si fa viva nelle campagne vicino a Cremona. O meglio questa è la storia degli avvistamenti di una pantera nera che quasi ogni estate riempie le pagine delle cronache locali per la gioia di noi lettori e degli abitanti del luogo.

La chiamo pantera di Casalbuttano perchè, se non ricordo male, ai tempi dei primi avvistamenti preferiva farsi vedere attorno a quel paese. Forse ricordo anche i titoli dei giornali che dovendo trovare un richiamo a effetto per i lettori appassionati e fedeli facevano riferimento al paese. Ma forse non ricordo bene e mi piace solo associare i due suoni “pantera” e “Casalbuttano”.

Dopo un lungo silenzio durato qualche estate quest’anno la signora pantera sembra essere stata avvistata da almeno tre persone che percorrevano una strada sterrata che collega Cremona a Stagno Lombardo passando per Gerre de’ Caprioli. Che poi sarebbe coerente, perchè questi luoghi non sono molto lontani da Casalbuttano. Io però, se fossi un abitante del paese, rivendicherei a voce alta l’appartenenza della pantera e anzi farei una proposta per assegnarle la cittadinanza. Non capita tutti i giorni di potersi fregiare di una così importante appartenenza.

Sarebbe bello intervistare la pantera per chiederle se trova il paese di suo gradimento, come noi possiamo solo ipotizzare dalla sua lunga permanenza, e se eventualmente ci potesse dare dei suggerimenti su come migliorare i servizi per permettere ad altri suoi simili di alloggiare in paese. Non è roba comune avere una pantera nera che circola libera nel territorio!

L’idea che mi sono fatto è che deve trattarsi di un felino molto educato, pignolo, metodico, silenzioso, timido, rispettoso dell’ambiente sociale, forse vegetariano e ambientalista. Secondo le testimonianze dei cercatori locali di pantere non lascia nessuna traccia del suo passaggio, come per esempio carcasse di animali o tracce ben definite, non si fa mai sentire, non attacca gli abitanti del luogo ma quando è avvistata anzichè tirare fuori le sue qualità prefersice dileguarsi nella macchia e forse arrossire al solo pensiero di cosa avrebbe potuto combinare se non avesse avuto una educazione pacifista e rispettosa delle altrui esigenze.

Visto quello che succede oggigiorno a questo mondo una qualità che si sta perdendo! Se scrivessi questo su un social network potrei aspettarmi reazioni come “la pantera stia a casa sua” “via dalle nostre campagne” “perchè non te la prendi tu a casa tua?” “ecco i soliti radical-chic che vogliono importare le pantere a casa nostra” e così via. Chissà cosa ne pensano gli abitanti del cremonese…

Ma per noi che crediamo ancora nel mercato, seppur mediato da un’intelligente e accorto intervento pubblico nell’economia, in questa epoca di scarsa crescita economica e sull’onda della sempre maggiore importanza dei servizi, sarebbe forse opportuno riuscire ad arrivare a patti con la pantera e pregarla di offrire la sua presenza perlomeno durante il periodo estivo per attrarre turisti e quindi creare un indotto favorevole per il commercio locale. Se poi si riuscissero a creare delle sinergie con gli altri luoghi del territorio si potrebbe ottenere un rilievo nazionale e forse internazionale con evidenti benefici per tutti. Condizione essenziale un accordo soddisfacente per le parti e ovviamente una presenza mediatica affidata a professionisti della materia.

Per ora la povera pantera passeggia in campagna scegliendo luoghi non troppo popolati. Forse perchè come si diceva è timida o forse perchè non crede alle sue qualità. Forse non ha frequentato corsi di marketing o forse, visti i numerosi anni in cui si fa vedere è un po’ anziana e quindi crede nelle vecchie abitudini sociali e si aspetta che qualcuno l’avvicini amichevolmente e le parli come si faceva ai vecchi tempi proponendole un accordo con una vigorosa stretta di zampa e di mano.

Ma purtroppo, se la pensa davvero così, temo dovrà aspettare ancora per molto tempo che qualche buona anima gentile capisca le sue preferenze e l’avvicini con amicizia. Sono tempi difficili per le relazioni umane!

Chiudo con un pensiero al movimento delle Pantere Nere che certo non piacerà ai sovranisti nostrani, tutti impettiti nella difesa della propria bianchitudine, manco fossero i nipoti del KKK.

Uomini straordinari – Per una galleria di Maestri Ribelli (2)

J.J. Zagorg 

“Cosa intendiamo quando parliamo di domande?” – J.J. Zagorg 

Fuoco, fiamme, numeri, arte sotterranea, medicina alternativa, spazi che si creano liberando le urla dal profondo. La macchina da presa si muove liberamente sulle rotaie del ponte. Zoom sui passanti, obiettivo sugli scarsi animali nell’acqua, la corrente si muove trascinata da qualche turbine del fondo. Il furgone si muove dentro la pianura in bianco e nero. Fermo immagine in campo lungo. Due gambe riprese dal basso verso l’alto, scendono con un salto secco. Ora la figura tutta intera si sgranchisce sulla riva del fiume. Lo specchio retrovisore è usato come specchio da barba, gli occhi vedono un’automobile lanciata a forte velocità. Adesso si ferma. No. Non si ferma. Finisce nel fiume con uno splash. Il guidatore esce faticosamente. Trascina una borsa di pelle proprio mentre l’auto scompare nel fiume. 

E’ sommersa. E’ scomparsa. I due si guardano in faccia e scoppiano a ridere. Cosa è una citazione? Un altro giro di orologio completato. Un frammento del sogno nella sua sede naturale  dove il tempo scorre linearmente. Qualcuno crede sia una linea che debba essere scomposta segmento dopo segmento. Qualcuno crede sia un segreto costante. 

Cosa intendiamo quando parliamo di domande? Come può il ritmo del racconto arrivare ad una possibile spiegazione? E’ possibile abbozzare una teoria credibile? Perché il feedback entra di prepotenza a spalancarci le porte della luce? E il passato, allora? Nello stesso momento una visione di quello che non abbiamo ancora visto intercetta come una scarica elettrostatica le immagini di un hot spot. 

Boom, boom boom!
Un giardino disegnato sapientemente da illustrazioni e da allegorie. Mi segui? Puoi vedere adesso anche dentro la casualità delle spiegazioni che trascendono? Va oltre, vuoi dire. Oltre l’uomo in bianco e nero che perde l’acqua del fiume. Ora è coperto, lo vedo, gira e il cerchio nel quale è rinchiuso è una magia. Le sfavillanti fiammate oltre il cancello. Ora le figure non hanno spigoli e neppure senso della rotazione. Attriti di materia diventano materiali sonori. Interstellar Space. Curve di ampiezza, curve nel buio eccedente. Rainbow in a Curved Air. John e Terry raccolgono omaggi mischiati, l’anticipo delle loro anime sul tessuto decorato con appoggi inconsistenti.
Dove siamo veramente oggi? 

I noiosi

Molti filosofi hanno scritto della noia. Non ho nessuna intenzione, anche perché conosco bene le mie capacità e i miei limiti, di scimmiottare qualche grande scrittore mettendomi a disquisire della noia.

Certo la noia è una condizione che conosco bene verso la quale ho un duplice atteggiamento: alcune volte me ne lascio travolgere altre invece la combatto con tutti i mezzi a mia disposizione.

Mi sembra di riconoscere ci siano diverse tipologie di noia. Una che potrei dire esistenziale, una dovuta alla stanchezza fisica, una che non sai nemmeno tu perché, una invece la più subdola di cui vorrei parlare adesso è quella dovuta alla stanchezza nei rapporti umani.

Lo ammetto, la noia più grande che ogni volta mi sorprende e faccio fatica a sopportare è la noia che proviene dagli umani. Uno degli epiteti peggiori che possano essere rivolti a una persona è la frase “sei un essere noioso”.

Perchè la noia, se si fa bene attenzione, può essere evitata. Invece per alcuni è un elemento primario in cui sguazzarci dentro, una specie di brodo primordiale dal quale è difficile svincolarsi. Il noioso è costantemente concentrato su cose di poca importanza sulle quali ricama e ricama e ricama senza sosta, n0n rendendosi conto della totale inutilità dei suoi sforzi. E’ una persona costituzionalmente inadatta, oserei dire fisiologicamente inadatta, a scoprire cose nuove, a lasciare liberi i sensi per lasciarsi stupire dalle cose.

Il noioso parla spesso a voce costante senza variazione di toni sia che parli a qualcuno con la bocca sia invece, cosa molto peggiore, quando insegue i suoi discorsi senza fine attorno, di solito, agli stessi argomenti prosaici sui quali si sofferma per ore e per giorni spesso con un ghigno di superiorità perchè deve dimostare a chi gli sta attorno di essere superiore, di avere capito l’essenza del mondo.

… ma anche …

Primaluce è anche la luce che vedi quando ti svegli in un bivacco, ti stiri, ti giri e ti rigiri, guardi fuori per essere certo di essere lì

Primaluce è l’insieme dei nomi, la bozza di un qualcosa che nemmeno sei in grado di sapere ancora ma che imparerai facendo

Primaluce è il ritardo, la consapevolezza che puoi raggiungere il tuo piccolo obiettivo senza più disperdere la conoscenza delle parole

Primaluce è il tuo spazio di condivisione, la tua fuga verso una nuova ecologia dei pensieri sottratti alla fretta dei giorni

Primaluce è la tua poesia personale che si intreccia e si mischia con quella dell’altro e quindi diventa un nuovo punto di osservazione sulle cose