# partenza n.11

Non tutte le notti buie sono buie allo stesso modo perché il buio si propaga e si confonde tra il buio di fuori e il buio di dentro.

Capitava si mischiassero in profondità, la confusione era destinata ad aumentare come se a ogni bivio si dovesse cercare la luce camminando. In qualunque direzione rimanevano ancora indistinguibili.

Andavano avanti e indietro su un piccolo molo fino alle sua estremità. Il mare stava vicino ai bordi con il suono dell’acqua che per una ragione non ancora conosciuta si univa al buio. Si vedevano le luci spinte ancora di più all’interno dall’incomprensibile bacio improvviso.

# partenza n.10

Successe prima quando tutto era più lontano. C’era un prima e c’era un dopo, niente sembrava più uguale. Piccoli gesti segnavano la diversità senza bisogno delle grandi visoni.

Bastava fare attenzione alle cose abituali, quelle che quando vengono a mancare mancano ancora di più, fino a troncare il respiro in un’apnea di cambiamento. Tutto diventava più triste, pensare al futuro era soprattuto immaginare la gioia di rivedersi.

Quando succedeva ti abbracciavi, mentre il pensiero cercava di sconfiggere il realismo eccessivo per non soffrire dopo i lunghi periodi di crisi, per non sottolineare ogni particolare che tentava di sconfiggere la naturale propensione al sogno.

# partenza n.9

“Il cantastorie appoggiava delicatamente la mano all’orecchio. Solo anni dopo avrei capito la funzione di quel gesto. Quando in piedi in mezzo al cortile cercava la nota e poi cominciava a cantare. Ma non ricordo più quali canzoni. Forse motivi popolari che le persone affacciate alle ringhiere conoscevano bene e ascoltavano volentieri.

In quei tempi non c’erano molte radio nelle case a rendere la vita più dolce. Non potevo immaginare che anni dopo quell’uomo sarebbe stato per me un testimone essenziale del passaggio di due epoche. Lo avrei capito in ritardo, quando mettendo ordine nelle mie storie personali mi accorsi che ne era stato un protagonista inconsapevole.

Viveva in una camera a pianterreno nel cortile accanto dove dormiva e consumava i suoi pasti che qualche signora dal cuore gentile gli preparava. Non aveva famiglia, nessuno nel cortile sapeva da dove venissero lui e il suo accento strano. Imparammo tutti in quel modo il senso del divenire e il senso della storia”.

# partenza n.8

Le ombre giocavano strani scherzi. Credeva di vedere i contorni dei loro movimenti rimandare un significato. “Quanto è opera nostra e quanto invece loro? Il tempo non aiuta, confondendo parole e immagini che restano mute anche se siamo convinti di vedere qualcosa” pensava.

Pescava nelle analogie e nei ricordi per portare a galla qualcosa di già visto. Faceva ricorso ai segnali deboli e li univa in una forza che voleva imporsi. Non bastavano i colori, per la maggior parte solo una traccia non definita. Non bastava un suono, il più misterioso dei misteri quando innescava una catena di successioni l’una nell’altra formando un grumo inestricabile.

Non bastavano i contorni delle ombre per riportare alla coscienza ciò che sembrava ormai definitivamente trasformato nelle cose.

# partenza n.7

Era un dolore persistente, difficile da localizzare, con un andamento sempre identico che riusciva ogni volta a spiazzarlo. Cominciava con una grande confusione in una zona abbastanza ampia.

Rimaneva stabile per un po’ e poi si diffondeva magmatico, non certo doloroso ma fastidioso di sicuro. Nella seconda parte dello spartito si concentrava in una zona precisa, o così gli pareva, una mossa simile a un depistaggio. Come un essere vivo dotato di strategia.

La accarezzava, la premeva quando necessario, sicuro che fosse una vasta infiammazione. Dopo qualche tempo riusciva a localizzarla distintamente lungo un canale prevedibile. Poi aspettava puntuale la sua fine.

# partenza n.6

Scrivere un diario anche se non si ha niente da dire. Gli era allora venuta l’idea di metterci qualche fotografia per riempire gli spazi vuoti lasciati dalle parole, non però paesaggi o ritratti ma qualcosa di inquinato, raccolto casualmente dentro gli archivi che ognuno di noi possiede ma dimentica troppo in fretta.

Non si tratta di un vero possesso, forse proprio del contrario. Qualcosa che emerge, come dice il filosofo, anche con una certa urgenza. E quindi rendersi conto del potere della lista, qualunque cosa fosse capace di fare emergere il necessario proprio in quel momento preciso.

Ma anche il superfluo dell’apparenza nello stesso momento. La sua lista iniziava con le copertine dei dischi lì a portata di mano in ordine alfabetico.

# partenza n.5

Era una sera d’estate con le pietre delle strade bagnate dal temporale ma per quanti sforzi facesse gli sembravano pietre sconosciute. Tutta la città gli era estranea. Pensava a ogni singola cosa come sconosciuta, scriveva ancora parole ma dopo alcuni mesi da quella notte i ricordi sembravano svanire.

Che peccato perdere i propri ricordi! Provava a ripercorrere, secondo dopo secondo, la lunga passeggiata per ripensare ogni discorso con i suoi dettagli. Seguiva i suoi pensieri magici in una città senza storia camminando e aspettando non si sa bene cosa. Si trovò dentro una trattoria a festeggiare l’occasione.

Dopo avere bevuto un po’ più del dovuto, tornando in piena notte provava a mettere da parte le parole necessarie per il giorno dopo quando il filo del discorso si sarebbe interrotto.

# partenza n.4

Se non avesse avuto niente da fare avrebbe anche potuto stare ad aspettare in quella fila insopportabile. Alcune persone erano lì da due ore, lo aveva sentito dire da due uomini di una certa età che chiacchieravano tra di loro solo per fare passare il tempo anche se non avevano niente da dirsi.

Era mezza mattina e non aveva nessuna voglia di stare in quel posto in fila indiana senza neanche poter vedere l’ingresso. Un miraggio da raggiungere lentamente sotto il sole di inizio primavera. Ogni tanto qualche voce dall’interno richiamava la fila come una frustata. Tre fuori, tre dentro, massimo dieci persone.

Calcolò che avrebbe dovuto stare in piedi almeno due ore accostato al muro in mezzo a tutta quella luce e senza parlare con nessuno. Aveva altre cose da fare, non certo urgenti, eppure sentiva di non poter rimandare quei riti diventati ormai essenziali per sopportare senza contraccolpi una situazione inusuale.

# partenza n.3

Sulla statale mancavano i rumori delle auto e dei camion, rumori di motore, di frenate, di porte sbattute, di finestrini abbassati per fare entrare l’aria della sera.

Rumori di passi e di persone camminavano sulle strade per muoversi nei troppi intervalli, seduti in qualche scrivania di un tempo scolorito. C’erano uomini fermi in piedi a fare lavori di fatica costretti all’immobilità, rumori di parole scambiate per passare a un’angoscia minore rimasta in superficie.

Tentavano di entrare con determinazione dentro le orecchie dell’altro e di salire nei corpi col flusso ininterrotto del sangue.

# partenza n.2

Non poteva essere in due posti diversi nello stesso momento. Parlava collegato a un telefono e faceva attenzione a non bagnarlo per non compromettere la trasmissione. Non avrebbe avuto la possibilità di comprarne uno nuovo.

Era in un posto bellissimo circondato dal mare, dalle nuvole, dal vento dell’infinito, ma in quell’infinito mancava qualcosa.

E mentre guardava il mondo colorato di azzurro con quei toni visti così raramente, sentiva la complessità della scelta in tutta la sua enormità.